Mese: febbraio 2010

Il linguaggio degli adolescenti

Linguaggi è il titolo dell’ultimo numero di Adolescence,rivista psicoanalitica rivolta al mondo degli adolescenti. La monografia si concentra sulla capacità che i ragazzi possiedono di trasformare e manipolare in maniera creativa il linguaggio seguendo meccanismi che vanno oltre la trasgressione e la rottura dei codici tradizionali e che rispondono principalmente sia al desiderio di comunicare agli altri sia al bisogno,apparentemente opposto al primo e molto più intenso, di “non farsi trovare”, di nascondersi, di non farsi capire, di rendersi “irraggiungibili”. 

Il linguaggio appare, in questi studi, come il luogo privilegiato per poter osservare da vicino il processo di gestazione dell’identità dei ragazzi, come terreno di lotta in cui si affrontano gli sconvolgimenti fisici, psichici e sociali che animano questo periodo della vita. 

Alcuni articoli si focalizzano sul linguaggio giovanile nelle ZUS, “ zone urbane sensibili” delle periferie delle grandi città Francesi e rivelano quanto certi comportamenti “violenti” degli adolescenti siano spesso la diretta conseguenza di una “violenza sociale” che viene perpetrata nei loro confronti e che è costituita da disoccupazione, precarietà, scuole degradate e assenza di prospettive. In realtà dietro l’apparente semplicità e immediatezza del linguaggio giovanile si nasconde una ricchezza e complessità polifonica e una buona padronanza dei meccanismi di integrazione tra lingue diverse.( ne sono esempi il verlan, l’inversione di sillabe delle parole, e il tchatche, l’abilità di utilizzare diversi registri, ritmi e tonalità verbali durante una discussione concitata)

Gli approfondimenti spaziano dall’analisi antropologica e clinica a quella sociale, rivolgendo maggiore attenzione all’area della marginalità : secondo le ricerche, le periferie risultano luoghi in cui regna ancora una forte discriminazione sessuale che alimenta il rifiuto del femminile e l’odio del femminile presso gli adolescenti che non hanno avuto un “ambiente educativo” in grado di trasmettergli la capacità di accedere alla simbolizzazione. L’analisi, infine, evidenzia in maniera desolante, la tendenza della stampa e dei media in generale a rappresentare i giovani mediante stereotipi e categorie finalizzati all’etichettamento degli adolescenti annullando così ogni possibile tentativo di comprensione insieme allo sforzo e alla fatica che ciò comporterebbe per il mondo adulto.

Il video è tratto dal film “la Schivata ” di Abdel Kechiche (2003) che illustra in maniera illuminante gli esiti possibili di uno scontro-incontro tra le differenze, di linguaggi , di genere sessuale , di ceto sociale e di istruzione.

Per saperne di più:un buon testo di letteratura contemporanea per i ragazzi “Salviamo Said” (Feltrinelli) di Brigitte Smajda , che insieme alla connazionale Gudule (quasi tutti i titoli fuori catalogo) è una delle più apprezzate scrittrici d’Oltralpe che si rivolgono ad un pubblico di lettori giovanile; di recente è stata tradotta un’antologia di scrittori “meticci”che cercano di afffermare la lro voce  “Cronache di una società annunciata” ( Stampa alternativa, traduzione di Ilaria Vitali ).

Sentirsi traditi dal lavoro

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Crisi di nervi. Fine crisi. Cosi titolano quotidiani e riviste per dare notizia di altre persone che si sono tolte la vita in Italia come in Francia nelle scorse settimane dopo aver perso il lavoro o essere state declassate.

La crisi economica sta sottoponendo molti lavoratori a condizioni ambientali gravose e a tensioni emotive insostenibili. Negli ultimi decenni  l’idea che è sembrata prevalere nelle organizzazioni è quella secondo cui solo attraverso il lavoro ci si può sentire davvero realizzati, spingendo gli individui a credere che “colui che riesce nel proprio lavoro riesce nella propria vita “.

Questa ideologia del lavoro ha esteso così il suo dominio sugli altri campi della vita, come ha descritto e analizzato la filosofa Michela Marzano ( nel suo recente lavoro ”Estensione del dominio della manipolazione”, Mondadori).

E’ evidente che questo mito espone le persone a fallimenti e delusioni difficili da tollerare, soprattutto in un contesto sociale in cui domina l’incertezza, mentre si richiede ai lavoratori di aderire totalmente alla “missione” delle aziende al di là delle loro risorse. Per uscire da questo circolo perverso gli psicologi del lavoro sottolineano, tra le altre cose, la necessità che le aziende ricomincino a darsi una progettualità, a porsi obiettivi se non a lungo, almeno a medio termine, rompendo la tendenza ad accorciare i tempi per ottenere dei risultati: chissà se qualcuno li ascolterà.

Per saperne di più: 

Marco De Polo,Psicologia delle organizzazioni, Il mulino

“Risorse Uomo”, rivista Franco Angeli

A ri-partire da Basaglia 2

Quando si torna a parlare di Basaglia si animano le discusssioni , come se si toccasse un nervo scoperto della storia e della cultura recente dell’Italia; le reazioni sui quotidiani al film tv, al di là delle considerazioni sulla sua qualità estetica, fanno pensare che quando ci si occupa di ridefinire, riarticolare  i confini tra normalità e follia ( come del resto tra vita e morte, tra genere maschile e femminile) si generano paure ed angosce diffuse.

Del resto il valore maggiore della figura di Basaglia risiede nel fatto che rappresenta simbolicamente un movimento complesso e una coralità di idee e di persone, nel loro insieme anche contradditorie , che si possono ridurre a delle categorie rigide o a degli schemi binari, di-qua o di-là.

In “ C’era una volta la città dei matti “ viene vista quell’umanità che la società tende a relegare nelle istituzioni per sottrarre lo sguardo e volgerlo da un’altra parte, come succede frequentemente anche per anziani e i minori.

Come afferma la filosofa Ida Dominijanni , in un suo recente articolo,il disagio psichico diventa “lo spettro da internare e punire (..) perché inquieta ed interroga chi lo esorcizza per non riconoscerlo in se stesso prima che nell’altro”.  Nel video il direttore del DSM di Trieste che ha fornito aiuto per la regia del film, spiega il suo parere in merito all’evoluzione della legge 180 negli ultimi 30 anni.

A ri-partire da Basaglia

Franco Basaglia scomparve 30 anni fa. Di recente sono uscite diverse pubblicazioni sulla sua figura, gli sviluppi della Legge 180 e del discorso psichiatrico. Intanto il 7 e 8 febbraio sulla rai-tv andrà in onda una fiction sulla figura di Basaglia, mentre il 9-12 Febbraio 2010 a Trieste si svolgerà un incontro internazionale per una rete mondiale di salute comunitaria – Che cos’è “salute mentale”? .

Nel secolo scorso i rapporti tra psichiatria e psicologia clinica , tra psichiatria e psicoterapia psicoanalitica sono sempre stati articolati e controversi : mentre in psicoanalisi e in psicoterapia si costruiva una teoria e una esperienza della psicosi basata su nuove evidenze cliniche chiusure reciproche impedivano che nascesse un’alleanza con il campo psichiatrico e quello medico. Da quella non-integrazione germoglierà successivamente durante gli anni ‘60 una critica radicale della psichiatria attraverso la contestazione delle realtà manicomiali e la nascita dell’antipsichiatria, ma anche i primi tentativi di allargare e di applicare la psicoanalisi dentro le istituzioni. Attraverso le esperienze del gruppo di psichiatri che facevano riferimento a Basaglia, il coinvolgimento dell’opinione pubblica, i movimenti civili e il sostegno politico della maggioranza parlamentare di allora si arrivò nel 1978 all’approvazione della legge 180.

Da quel momento in poi la forbice tra il discorso psichiatrico e quello psicoanalitico si allarga di nuovo:il campo psichiatrico sembra polarizzarsi inizialmente sui due poli estremi del sociale e delle neuroscienze, in entrambi i casi a svantaggio della clinica, dell’esperienza emotiva e relazionale con il paziente in funzione di un cambiamento. Ma in seguito si impone l’impostazione biologista “ che sollecita medici e pazienti a farsi risucchiare nel vortice di prescrizioni farmacologiche illusorie ed inutili”(Borgna1997).Tuttavia all’interno di questa forbice rimane l’impegno di tanti che lavorano per un’integrazione ed un’alleanza comune: tra gli altri si veda a tale proposito tutta l’opera fenomenologica-esistenziale di Eugenio Borgna e Umberto Galimberti da un parte e l’impegno di avvicinare psicoterapia e scienze umane da parte di Gaetano Benedetti, Pier Francesco Galli, Elvio Facchinelli e molti altri.

Per saperne di più: Valeria Babini scrive attraverso la storia dei manicomi e della psichiatria una storia culturale dell’Italia dal dopoguerra fino ai giorni nostri in “Liberi Tutti”( Il Mulino, 2009), sul periodo precedente ha scritto Francesco Peloso in “La guerra dentro” (Ombre corte , 2008);per una valutazione critica della legge 180 ,Giovanni Jervis e Gilberto Corbellini ,”La razionalità negata” (Bollati Boringhieri,2008); per un lettura all’interno delle istituzioni, Peppe dell’Acqua in “ Non ho l’arma che uccide il leone” ( Stampa Alternativa, 2007 ), Bruno Tagliacozzi e Adriano Pellotta,“ Scene da un manicomio”, (Magi,1998); per la letteratura l’opera di Mario Tobino ma soprattutto “ quella della scrittrice e poetessa Alda Merini,di recente scomparsa; infine per un ’analisi della situazione attuale, Carlo Viganò “Psichiatria non Psichiatria”(Borla,2009) .