Mese: febbraio 2011

Giovanni Bollea 1913-2011

Giovanni Bollea apparteneva a quella schiera di persone ( come Marcella Balconi) pioniere in un campo fino ad allora inesplorato, la psiche infantile, quando non si era ancora formalizzato in una disciplina.

La fiducia che le istituzioni potessero dal loro interno esercitare costantemente un’autocritica per evitare di trasformarsi da luoghi di cura e di liberazione ad agenti di controllo di un ideale di normalità e di salute, la convinzione che il malessere e il disagio fossero compresi solo considerando il contesto ambientale e che, di conseguenza, ogni aiuto ai bambini e ai ragazzi non dovesse prescindere dalla collaborazione tra i servizi, la scuola, la famiglia ed il territorio erano la bussole che guidavano il pensiero e orientavano le pratiche dei primi esploratori di questo “continente sconosciuto” che e’  la mente infantile.

Per ricordarlo di seguito pubblichiamo alcuni stralci dagli articoli dei quotidiani che lo ricordano:

“La sua scommessa, anche politica, è stata quella di uscire dai noiosi luoghi comuni che vogliono i genitori affranti dalle responsabilità, ammorbati dalle colpe e bisognosi di ricette per fare bellissimi figliuoli. Dei genitori di oggi ha colto il disorientamento, il timore di intromettersi nella vita dei figli in nome di libertà e indipendenza. Ma ai genitori ha pure detto di dare dare meno ai figli, che hanno troppo, troppo di tutto. Un troppo, un consumismo – proseguiva lo studioso – che fa scomparire il desiderio e apre le porte alla noia.

Ha detto di non preoccuparsi dei giochi «educativi», quelli più belli passano attraverso la fantasia della madre e le mani del padre: bastano due pezzi di legno…

Ha detto di incoraggiare i ragazzini verso il bello, che i soldi spesi per la cultura sono quelli che rendono di più, nel tempo.

E alle mamme, alle mamme, sempre di corsa e trafelate, ha detto di prendersi, ogni giorno, un tempo solo per sé, per trovare un tempo interiore. Perché la disponibilità sta nell’anima. Educare era per Giovanni Bollea una parola bellissima, satura di fascino. Era andare verso i bambini, ascoltarli, sentirli, lasciare loro il tempo per perdere tempo, ciondolare per casa, bighellonare fra le pagine dei giornalini; era la gioia del vivere insieme. Senza timore di sbagliare, perché, e di questo il grande vecchio era sicuro, «i figli perdonano sempre quando si sentono ascoltati».”

di Manuela Trinci , “l’Unità”, 7 Febbraio 2011

“Raccontava di aver sentito la sua vocazione all’età di sette anni visitando il Cottolengo a Torino. Una suora gli disse: «Questi bambini disgraziati saranno i primi a entrare in paradiso», e lui, con la voce dell’innocenza: «Perché invece non provate a curarli?». Vicino al Cottolengo, nel popolare quartiere di Porta Palazzo, era cresciuto: una concentrazione di miseria e svantaggio fisico e sociale. Poi il liceo frequentato lavorando nel pastificio ereditato dalla bisnonna in via Po, il matrimonio con l’ebrea Renata Jesi e le conseguenti persecuzioni razziali, la campagna di Russia, durante la quale era costretto a operare i compagni feriti senza anestesia. Infine l’Istituto creato a Roma, che diventa subito un riferimento scientifico e «politico» per tutta l’Europa. Negli ultimi tempi la sua attenzione aveva colto fenomeni nuovi: l’esposizione dei ragazzi alla violenza sugli schermi televisivi, l’onnipresenza alienante dei videogiochi, l’oscillare dei genitori tra lassismo e costrizione. Scuola, famiglia e società in crisi, mentre per Bollea solo la loro cooperazione può darci un mondo migliore. “

Di Piero Bianucci, “La Stampa”, 7 Febbraio 2011

L’ansia e i problemi alimentari nei ragazzi

Si susseguono gli allarmi sui comportamenti alimentari dei bambini e dei ragazzi: sempre più numerosi sono i casi di obesità infantile,  i disturbi alimentari di adolescenti. Spesso le cause di questo fenomeno vengono attribuite agli stili di vita delle famiglie. Si passa più tempo seduti in auto, davanti alla televisione e al computer, aumenta il consumo di cibi preconfezionati e il fast-food.

Dopo un’attenta valutazione del proprio stile di vita possiamo cercare aapetti più nascosti, meno evidenti da cogliere, da comprendere e da accettare: gli effetti delle relazioni con gli altri, l’ossessione per il corpo, la separazione tra il corpo e la mente , la difficoltà a sentire le emozioni.

Si può provare a fare uno sforzo per individuare la forma in cui la persona interessata esprime il disagio  all’interno di quel nucleo familiare che è lo sfondo lo specchio in cui si rinfrangono le onde del cambiamento  sociale con i suoi conflitti e tensioni ma dove queste ultime si manifestano in maniere diverse e specifiche.   

I bambini che sofffrono di disturbi alimentari rimangono spesso  bloccati in una relazione di dipendenza con i propri  genitori, avviene  uno scarto nella regolazione dei ritmi di alimentazione, una  mancanza di sintonia che nasce dal provare emozioni condivise. I ragazzi  con problemi di anoressia e bulimia si trovano di frequente  alle prese con un vuoto interiore che cercano di riempire avidamente con il consumo compulsivo di cibo oppure lottano contro le proprie pulsioni ed  istinti  per evitare di crescere e di  affrontare il dolore della perdita delle sicurezze infantili.

Un senso di isolamento  prevale nei vissuti di questi ragazzi : un sentimento di angoscia caotica, di confusione emotiva dove convivono paure riguardanti il fallimento e  l’insuccesso e pensieri , aspettative molto elevate su di sé che entrano dolorosamente in conflitto  con la realtà quotidiana.

Ma scavando più a fondo, al centro di questi disordini risiede, molte volte, una richiesta di amore , di calore affettivo e il  bisogno di sentire riconosciute ed accettate le proprie emozioni .

Aiutare i ragazzi a riconoscere l’ansia nel propio corpo e a notare come si fa depositaria delle tensioni e delle pressioni  che si vivono a scuola, nel mondo sociale e nei contesti gruppali,  dove si richiede una prestazione, può essere già un valido aiuto a fare pace con il proprio spazio interiore.

Mettere in  dialogo non solo le diverse parti di se stessi, ma anche la dimensione mentale con quella corporea ( attraverso la mindfulness ed esercizi di focalizzazione che facilitano il contatto con le sensazioni fisiche e la consapevolezza dei legami tra questi e le convinzioni cognitive ) consente di migliorare l’autostima e trovare le forze per crescere.  

L’illustrazione è tratta dalla striscia  Maakies di Tony Millionaire