Mese: febbraio 2013

Suicidio giovanile e cyberbullismo

Levar la mano su di sé, cosi veniva tradotto in Italia uno degli ultimi libri (1999) dell’intellettuale austriaco Jean  Amery ( passato anche attraverso l’esperienza dei campi di concentramento),  che affrontava il tema della morte volontaria. Recenti  notizie di cronaca hanno portato di nuovo alla ribalta il fenomeno della depressione e delle condotte autolesionistiche tra gli adolescenti .

La novità è che i tentativi di suicidio sono stati messi in collegamento più del passato con i nuovi strumenti virtuali di comunicazione , in particolare le chat e i social network come   face book e twitter .

Questi spazi esistenti  nella rete hanno reso ancora più potenti ed incontrollabili le dinamiche di esclusione e di  etichettamento spesso  presenti nei gruppi dei ragazzi, perché la cassa di risonanza di un giudizio negativo o di una semplice insinuazione  nei confronti di un compagno è  maggiore in questo caso e il pubblico che ne viene a conoscenza molto più vasto .

Frequentemente questi fenomeni di bullismo virtuale vengono   compiuti attraverso la circolazione di voci fasulle , l’uso di fotomontaggi o l’invio di post malevoli.

La vittima di un atto di bullismo virtuale si può sentire ancora più sola e disarmata di fronte ad accuse, calunnie  e critiche spiacevoli e questo contribuisce ad alimentare i sentimenti di fragilità e di scarsa autostima già particolarmente intensi in un’età di passaggio come quella adolescenziale e preadolescenziale.

In particolare per le ragazze atti innocui come quelli di condividere o postare una foto o un video in pose ammiccanti o provocanti possono essere fraintesi ed usati per diffondere immagini squalificanti.

Nel web sembra che gli stereotipi di genere assumano forme  ancora più rigide e senza sfumature così   il  ragazzo che appare sensibile e premuroso verso gli altri  diventa nei social network  automaticamente un omosessuale mentre la ragazza più disponibile ad entrare in  relazione con l’altro sesso diventa direttamente una prostituta.

Per alcuni ragazzi più fragili o che stanno passando semplicemente un periodo di maggiori difficoltà il tentativo di suicidio rappresenta un estremo tentativo di comunicazione, di uscire da una situazione ingestibile ed intollerabile per esprimere ed urlare al mondo intero piuttosto che  alla cerchia dei  propri  familiari e  compagni la propria solitudine, rabbia  e disperazione .

L’atteggiamento degli adulti più vicini e dei coetanei della vittima  è fondamentale perchè possono  rompere il muro di silenzio e di indifferenza che spesso circonda  i fenomeni di stigmatizzazione e di bullismo che si verificano tra i ragazzi dimostrandosi solidali con chi subisce gli attacchi  e prestando attenzione, non sottovalutando, quanto sta accadendo .

L’immagine è tratta da un’opera d’arte della pittrice Elisabeth Peyton, famosa anche  per i suoi ritratti intimisti di giovani appartati.

La comunità di Basaglia 33 anni dopo

Nelle  iniziative legate alla Giornata della memoria dedicata  quest’anno ai disabili ( fisici e psichici) vittime della persecuzione nazista l’Anpi di Magenta   ha organizzato un incontro sull’ evoluzione della  psichiatria dopo la legge Basaglia.

Durante l’incontro i relatori ( primari  e operatori delle Unità’ Psichiatriche Territoriali di Magenta e Novara ) hanno sottolineato attentamente  come l’essenza della riforma psichiatrica fosse nel rifiuto e nell’abbattimento del modello manicomiale ,  sia a livello istituzionale  che di pensiero , modello fondato su logiche di esclusione del diverso, di chi  viene considerato fuori dalla norma .

Questa riforma al di là del merito di aver permesso la chiusura concreta dei manicomi ( ma non ancora di tutti , è del 31 marzo la scadenza per  la chiusura degli Istituti Psichiatrici Giudiziari) ha rappresentato lo sforzo collettivo, di tante persone vicino a Basaglia, collaboratori, amici , amministratori comunali , di trasferire nella prassi ciò che veniva elaborato nella teoria di quegli anni ( pensiamo a Foucault , Goffman, etc.)  e si è parlato non a caso di una “ cultura della follia” per definire l’avvicinarsi della  follia alla cultura nel  tentativo di quest’ultima di fare proprio il discorso della follia per  dare dignità e ascolto alle voci del diverso, dell’altro , spesso vittima  del pregiudizio e dell’indifferenza.

Quanto sia preziosa l’eredità di quel lavoro in-comune lo si può proprio a partire dai suoi nodi irrisolti, in fondo   la convinzione che cancellare il contenitore della follia, che produceva ancora più patologia, potesse rimuovere le cause che la generavano si è dimostrata sbagliata. Lo stesso tentativo di idealizzare il territorio quando in realtà la società continua a produrre  disagio mentale e ad escludere chi se ne fa portatore ci ha condotto ad una realtà comunitaria  in cui le prospettive di speranza in comunità più tolleranti e accoglienti rimangono vive  ma dove   abbiamo modo di constatare quotidianamente un  clima di indifferenza e di stigma verso il dolore mentale  e il prevalere di un modello competitivo, quantitativo e aziendale della socialità umana.

In effetti mancano oggi luoghi di mediazione tra il  territorio e i luoghi di cura quando le persone vengono dimesse e  sono carenti  gli spazi di ascolto e di relazione   che possano dare voce a chi rimane ai margini di una società sempre più eccitata e accelerata a fronte di tagli sempre più forti nel settore della sanità pubblica  con l’effetto di rendere più esiguo il  numero degli operatori e ridurre il tempo dedicato all’ascolto con il  ricorso frequente  alle terapie farmacologiche .