Mese: ottobre 2013

Tormenti emotivi, menti oppresse,vite interrotte e altre cose infelici ( qualcosa anche su Foster Wallace)

David Foster Wallace è considerato  una delle menti più capaci della nostra epoca ad aver dato  forma narrativa al disagio attuale . Tragicamente a  46 anni nel Settembre del 2008 si impiccò  in casa ponendo fine alla sua vita. Da allora la sua fama è aumentata e la sua opera da voce allo smarrimento di  una generazione. Ciò che ancora colpisce della scrittura di Wallace è la volontà di generare uno stile di narrativa che possa esprimere sia il carattere frammentario e instabile degli individui contemporanei  sia la loro lotta contro l’insignificanza, l’idea che la vita e il mondo non abbiano  senso .

Non ho mai conosciuto Foster Wallace, lessi per la prima volta un suo racconto in un antologia collettiva, ma cominciai ad esserne colpito quando iniziò  a circolare una sua  foto durante l’ ultima e unica , mi pare, visita in Italia , al festival  letterario di Capri:  un omone  alto con un viso dolce,quasi da ragazzo, i capelli lunghi e la bandana. La maggior  parte di queste riflessioni nascono dalla lettura della sua biografia oltre che dalla esperienza con pazienti che mi sembrano comunicare qualcosa di simile a ciò che Wallace provava ad esprimere attraverso la scrittura.

La sua infanzia era trascorsa in una tipica  famiglia medio borghese nordamericana  da cui aveva imparato  l’amore per le parole e il rispetto per il potere del linguaggio. Questo si tradusse ben presto in Wallace  nella convinzione che le parole potessero avere il sopravvento sulla realtà, le parole divennero gradualmente un rifugio sicuro, cosi come interi  pomeriggi trascorsi davanti alla tv lo tenevano lontano dal contatto dagli altri .

La realtà sociale in cui visse Wallace è esattamente uguale a quella dei tre quarti del mondo globalizzato , un’ ambiente dove circola una forte pressione alla competizione ad essere il più bravo, il più furbo, il più ricco e dove si esalta e si premia l’intelligenza individuale : il genio, l’eccellenza .

La retorica del genio e del merito si impone attualmente  come un dato scontato , ma  spesso le persone immerse in questo clima competitivo vivono  in maniera rovesciata questo discorso: in realtà, cominciano a pensare,  sono una merda , un deficiente, non valgo niente. Molte di queste persone vivono con la sensazione di non riuscire mai a ad essere adeguatamente  riconosciute nei loro meriti, di non  essere all’altezza degli standard richiesti e  degli ideali di perfezione che sono contenuti dentro di loro : bisogna dare sempre di più , non è mai abbastanza e questo genera una pressione insopportabile .

Wallace approda alla scrittura con un atteggiamento  conflittuale , l’ambiente della letteratura gli pareva costruito, estraneo alla logica , al controllo razionale cioè  uno spazio dove poter lasciar andare i propri demoni interiori, ma pur sempre uno spazio   dominato  , data la sua predilezione per la letteratura postmodernista orientata alla decostruzione del linguaggio ,dal citazionismo , dall’uso della parodia,  da  una consapevolezza  autoriflessiva.

Lo spazio della scrittura all’inizio funzionava per Wallace, allo stesso modo di  altri quindicenni, come  un mezzo per tentare di arginare il mondo esterno nel tentativo di passare dall’infanzia  alla vita adulta e che funzionava sia come un rifugio che come uno strumento per comunicare e condividere con il resto del mondo  pensieri , emozioni e  sensazioni.

Wallace , come tanti altri , era alla ricerca di un posto dove stare, di un luogo abitabile per la sua anima,” se tu sai dove ti trovi riesci a collocare gli altri e ad entrarci meglio in rapporto altrimenti è un casino ” come mi disse una volta  un paziente .  Il messaggio che Wallace  ricavava dalla letteratura postmoderna era che gli individui fossero fondamentalmente isolati e smarriti in un  mondo consumistico, ma  Wallace ai suoi protagonisti aggiungeva un senso maggiore di disorientamento : la vaga sensazione di essere dei fantasmi, il terrore e l’angoscia di non esistere, di scomparire.

Non siamo più sul terreno del romantico disincanto del  “ non so dove andare ma dobbiamo andare” di Kerouac  e di Salinger  anche  oltre all’impossibilità di comunicare  dei personaggi di  Pynchon, Barthelme ed altri , siamo di fronte all’incapacità di  esprimere ma soprattutto di  provare emozioni nel  deambulare di  persone che si sentono come dei  fantasmi , invisibili ,accompagnati  dalla paura agghiacciante  di essere  inconsistenti, di non valere niente.

In effetti in un mondo dove la competizione diventa estrema e la carriera e la visibilità  diventano  l’unico metro di misura della realizzazione personale, il successo diventa lo strumento  per rivendicare il diritto ad esistere, altrimenti negato.

Forse a Wallace non rimaneva , come per molti altri , che un’unica via : essere il migliore  , il più bravo di tutti , il genio per poter sentire di essere vivo, riconosciuto dagli altri  e quindi in fondo  amato.  Sentimenti di fragilità e  vulnerabilità  nascondono una profonda rabbia e con il  timore di essere distruttivi ,  sentimenti di colpa per l’aggressività repressa. Spesso questa distruttività, ad un certo punto, non trova più argine e contenimento e si rivolge verso di sé.

Gli individui descritti da Wallace sono talmente schiavi dei propri appetiti che il desiderio si trasforma da potenziale costruttivo a  qualcosa di malsano e negativo: siamo cosi presi dalla tensione verso il  piacere che sprofondiamo sempre più nell’infelicità perché ad ogni intrattenimento ci si assuefa e segue la ricerca di altro intrattenimento ( si passa da una dipendenza all’altra: dalla droga all’alcool, dal sesso al tabacco, dal gioco alla tv, dai videogiochi  al web..), in questo modo  Wallace   diagnosticava il malessere vissuto dai suoi contemporanei.

Inoltre Wallace pensava che la cura proposta dalla cultura postmoderna , un atteggiamento ironico o cinico verso il mondo e le relazioni non faceva che peggiorare  le cose.

I profondi problemi di autostima e  la sensibilità vertiginosa che possedeva lo portavano  a  cogliere acutamente l’irrealtà contenuta nella  realtà quotidiana permeata dai media e dal sistema dell’intrattenimento e quando la celebrità e la fama lo raggiunsero contribuirono  ad alimentare dentro di lui l’idea di essere una sorta di falsario, un imitatore che stava ingannando tutti ma soprattutto se stesso, un impostore, qualcuno non degno di ricevere gli apprezzamenti che desiderava e dubbioso delle proprie capacità. Wallace si trovò spesso di fronte al conflitto tragico  tra essere fedele a se stesso e isolato o rimanere con gli altri ma dominato dall’idea di essere falso,compiacente , schiavo della propria immagine.

Il piacere agli altri diventa spesso un modo per ottenere l’amore di cui si ha bisogno , ma allo stesso tempo  porta ad allontanarsi dal sè più autentico.

Con il succedersi degli anni la scrittura che era lo strumento con cui combatteva contro la percezione dell’irrealtà quotidiana stava diventando una gabbia nella quale veniva sopraffatto dal potere del linguaggio , la ricorsività e il paradosso di cui faceva uso nelle sue scritture rifletteva il pensiero senza uscita in cui si aggrovigliava la mente. Come nel  sogno di un suo personaggio la  tristezza che aveva cercato di nascondere a se stesso lo stava pian piano accecando, facendo implodere i conflitti che si trascinava dentro fin da ragazzo.

In questo senso, forse la sua lotta con la pagina bianca ( che ricorda molto quella condotta da Hemingway) era anche un corpo a corpo con sua madre, un esperta di linguistica :il linguaggio ebbe a dire Wallace durante un ‘intervista che il linguaggio è la cosa più vicina ad una divinità che abbiamo ,è tutto , è il nostro dio.

Durante gli ultimi anni della sua vita Wallace cercava qualcosa che potesse  rallentare l’incessante lavorio della sua mente e così cominciò ad interessarsi alle pratiche di meditazione, mentre le sue riflessioni si orientavano verso l’esperienza della noia ( stava facendo ruotare la trama del suo ultimo libro sulla vita di alcuni  dipendenti dell’agenzia delle Entrate,) si domandava se fosse possibile disciplinare la propria mente fino ad arrivare ad un punto oltre il quale la sensazione di monotonia e di costrizione diventava liberazione e infine gioia , beatitudine.

Il suicidio divenne il tentativo disperato di spegnere e ridurre in silenzio il brusio  della sua mente.

“Quando uno si suicida è già morto dentro, nel senso che sente la sua vitalità spenta, consumata, esaurita.” Walllace  scriveva trent’anni prima di mettere fine alla propria vita “ Facciamo tante storie quando chi ha una “grave depressione” si  suicida ; diciamo –per la miseria , dobbiamo fare qualcosa per impedire che si suicidano!- Errore . Perché , vedete , tutte quelle persone a quel punto si sono già uccise, nel senso che conta davvero. Quando “si suicidano “ si dimostrano semplicemente coerenti.”

Come tante altre persone che compiono l’ atto di suicidarsi dopo diversi tentativi e anni in depressione frequentemente vengono  curate per la maggior parte  del tempo con i farmaci nella  convinzione, prevalente nella nostra cultura,  che la malattia mentale sia un fatto biologico e niente più , un fatto neurofisiologico e neurochimico e Wallace si sottopose anche a dei trattamenti di elettroshock

Si è passati rapidamente dal pensare  che la malattia mentale fosse solo una questione ambientale  , una costruzione culturale come si affermava durante gli  anni settanta, all’idea che il disagio psichico sia una condizione prevalentemente biologica.

Questo pensiero non solo risulta  scientificamente falso,  ma risponde ad una precisa ideologia e interessi economici legati alle aziende farmaceutiche e  produce due serie conseguenze  : la prima liberatoria, cioè sgrava dai sensi di colpa l’ambiente  familiare, che forse si era sentita colpevolizzata da un certo modo di applicare la psicologia  da parte di alcuni operatori dei servizi negli scorsi decenni  , la seconda   devastante,  la persona direttamente coinvolta nella sofferenza  si convince di  non avere altre vie di uscita, la speranza di guarire muore in quanto si fa strada il pensiero che il problema che vive  e il disagio che prova  starebbe tutto “nella testa”, nel proprio cervello .

Dreyfus e Kelly in un libro recente  “ Ogni cosa risplende “ riprendono  il discorso di Wallace sul significato dell’  esistenza per mostrare come la sua concezione della felicità   sembra essere troppo esigente per sé e per gli altri perché, sopravvalutando le risorse individuali, richiede  un esercizio talmente costante e impegnativo  di controllo su se stessi che porta inevitabilmente a vivere l’esperienza della  frustrazione e della  delusione.

La scrittura è un formidabile strumento di analisi e di autocura, Platone lo definiva un farmaco,  ma forse non è sufficiente a riparare  le ferite dell’anima.

Wallace è stato  forse sopraffatto dal suo tentativo di sfuggire a un mondo dove domina “la coazione al piacere e al divertimento  e la compulsione a consumare” (Roudinesco )  senza rifugiarsi dentro  certezze assolute  o illudersi che tutto si esaurisca nella vita materiale : una via per sentirsi riconosciuti e amati.

A prezzo della vita ci ha donato con la sua opera una visione sul dolore che assale oggi gli individui affermando che è vitalmente necessario  continuare a sperare in un mondo anestetizzato: questo è stato il paradosso che ha vissuto fino alla fine .