Mese: febbraio 2016

Quando ci si fidanza

Quando si viene lasciati o si  interrompe una relazione sentimentale si ha  spesso  la sensazione di essere finiti in una palude senza uscita . Si viene attraversati da una successione  interminabile di emozioni, rabbia incontrollata, disperazione senza fondo, confusione mentale, stati d’animo  che descrivono il terremoto interiore che scuote le nostre certezze e illusioni. La separazione e la perdita della persona amata rappresenta un duro colpo alla propria stabilità narcisistica e di conseguenza all’inizio si  reagisce con la negazione di quanto è successo “ non è possibile ! “ o con la sensazione di fallimento “ me lo merito “ prima che una rabbia furibonda o uno sconforto infinito si impadronisca di noi. Il senso di identità è messo a dura prova: non si sa più chi si è , né dove ci si trovi .

Denny è stato lasciato improvvisamente e senza spiegazioni  con una telefonata dopo anni di fidanzamento, inizialmente è stordito e non capisce cosa stia succedendo. Sono necessari lunghi mesi di sedute per riuscire a ricucire la sua vita  che sembrava per lui non avere più nessun senso e provare lentamente a trovare una via di uscita ad un rimuginare continuo  sulle ragioni dell’abbandono che l’aveva paralizzato e reso incapace di investire i suoi sentimenti  su nuove relazioni .

Robert   viene lasciato con una comunicazione avvenuta per strada  dopo anni di  una relazione burrascosa con una ragazza molto più giovane di lui per cui si era separato dalla  moglie, vive i primi mesi in uno stato di perenne agitazione , tormentandosi con i dubbi su come reagire a questa situazione , se fare qualche azione eclatante per riconquistare l’amore perduto oppure lasciare perdere e sentirsi un fallito.

Claire  si lascia con il suo ragazzo dopo mesi di tira e molla e crisi e riappacificazioni momentanee, al momento della rottura cade in una profonda depressione che la porta ad isolarsi,chiudersi in casa , non rispondere più ai familiari  e a  perdere peso in maniera preoccupante,  quando gli amici decidono di spingerla a farsi aiutare  da un terapeuta:  passera ‘ i primi mesi ad idealizzare quel rapporto come l’unico in cui sarebbe stato possibile realizzarsi e vivere una relazione di coppia che aveva sempre sognato di avere.

Michael scopre il tradimento della convivente dopo anni di fidanzamento , poco prima del matrimonio, inizialmente è incredulo perché scopre di non avere mai conosciuto veramente la persona con cui aveva convissuto durante gli anni precedenti , e quando  decide di interrompere  la relazione  si  trascina  da una relazione ad un ‘altra   e da un divertimento ad un’altro  sperando di  ridurre o dimenticare  il dolore che prova.

Sono  storie  diverse che  hanno tutte un aspetto in comune  : il disorientamento che spinge a reagire impulsivamente senza riuscire a fermarsi e a riflettere e che corrisponde al girare come trottole  vorticosamente su se stessi, affogando sempre di più nel dolore.    Quando si finisce una storia si è tentati di buttarsi automaticamente in un’altra alla ricerca di un amore che ci possa far guarire la delusione precedente oppure si è spinti a far tacere il dolore cercando delle sensazioni forti che allontanino la sofferenza oppure ancora ci si blocca nel sentirsi   vittime e inadatti a vivere un  amore e ad essere felici…la difficoltà di vivere la fine di qualcosa e di accettare la perdita: senza questo lavoro su se stessi  il rischio è spesso di buttare via tutto della relazione precedente invece di distinguere , lasciando quello che è stato negativo e tenendo quello che di buono si è vissuto ( evitando con ciò di “buttare “, come si dice, “il bambino con l’acqua sporca “.

In una società che spinge verso l’accelerazione,la fretta e il  rimanere connessi costantemente agli altri, l’esperienza della solitudine e del fermarsi e stare in silenzio può  rappresentare una sfida veramente faticosa.

Ma la via  più impegnativa da percorrere è quella che potrebbe aiutarci di più : un momento di riflessione e di silenzio.  Per ritiro non si intende isolarsi, ma provare a vivere l’esperienza di stare da soli per guardarsi dentro ,osservarsi  da vicino con una certa tranquillità, per silenzio si intende quel momento di pausa e di concentrazione che ci permette di essere presenti a noi stessi e di  fare i conti    con i nostri fantasmi interiori provando  fino in fondo i sentimenti di essere abbandonati, soli , di essere stati traditi, forse  usati, per riconoscere i nostri lati di dipendenza , i nostri attaccamenti e vederli con maggiore lucidità  e chiarezza.

Questo viaggio, a volte doloroso, può però permettere di   riscoprire gradualmente  la  capacità di amare di nuovo.

Camus e l’esperienza terapeutica

Di Camus è difficile non parlarne, tra l’altro nel 2013 saranno passati cento anni dalla sua nascita,e poi  appartiene a quella schiera di  scrittori che si assorbono in adolescenza e rimangono  tutta la vita.

Nei suoi taccuini ad un certo punto scrive:

Cosa poter aggiungere? Ben poco, tranne che  l’attiva passività di cui parla Camus è una delle esperienze che si possono vivere in analisi e in terapia.   Le persone che vengono a chiedere aiuto per orientarsi, chiarire , mettere ordine nel loro mondo interiore posseggono una risorsa preziosa, stanno soffrendo, provano dolore per qualcosa che stanno vivendo senza capirne il significato.

Nel darsi del  tempo per fare esperienza di se stessi in relazione a qualcun altro a cui chiedono sostegno si pongono domande andando alla ricerca di una  verità emotiva personale.

Il terapeuta non ha il compito di fornire risposte preconfezionate, di dare consigli.  Durante una seduta una bambina, venuta da un paese lontano, mi disse che confidarsi ( quello che vedeva fare tra mamma e nonna e bisnonna) era come dividere qualcosa di prezioso ma troppo difficile da trasportare a pezzettini, sapendo che un giorno sarebbe ritornato indietro, ma intanto ci si poteva sentire più liberi e leggeri di muoversi.

Chissà se Camus intendeva questo: se al termine dell’esperienza diventiamo esperti in qualcosa è nella necessità  di accettare di non sapere, la relatività di ogni esperienza e il  continuo divenire del tempo.

La sofferenza dei migranti

“Ho troppi pensieri che girano nella testa e  non riesco più  a dormire “.  Questa era una delle frasi ricorrenti che ascoltavo da numerosi migranti ( del Mali e della Nigeria per la maggior parte ) al Centro di accoglienza per richiedenti asilo presente sul territorio di Magenta in cui ho lavorato per diversi mesi.

Le storie dei profughi sono storie straordinarie eppure cosi comuni , diverse nei particolari, ma uniche nella sostanza : “cerco lavoro e vorrei portare qui la mia famiglia, in Africa ci sono troppi problemi, ma in Italia la vita è difficile “.

Ho ascoltato storie di  guerra, di persecuzione, di tortura, ma anche di conflitti tribali e familiari , di viaggi in bilico tra la vita e la morte, di tragedie personali e sono stato testimone di un sentimento di insicurezza diffuso e generalizzato, situazioni sospese e precarie  che rischiavano di franare sotto la pressione di uno stress quotidiano.

La gestione del tempo sospeso che gira su se stesso e che non passa mai rappresenta una delle fonti di  maggiore stress per i migranti.

Questa gestione è resa ancora più problematica dal sistema legale messo in piedi per gestire la loro accoglienza. Si tratta di un insieme di procedure burocratiche basate su una logica emergenziale ed  espulsiva finalizzata al controllo delle frontiere e dei confini che esaurisce le risorse psicologiche degli immigrati. In particolare durante lo svolgimento delle commissioni viene richiesto agli stranieri di rendere conto della loro storia, ritenuta già in partenza non credibile, di giustificare la loro sofferenza.

Sofferenza che i migranti cercano di tenere costantemente sotto controllo per evitare di crollare psicologicamente e che spesso  si manifesta  nella  perdita della memoria e in episodi di ansia  catastrofica.

La richiesta di protezione internazionale viene spesso negata e in questo modo i migranti rivivono il trauma originario da cui hanno cercato  di allontanarsi. È frequente che in quel momento emergano in maniera più intensa angosce e paure e riaffiorino i ricordi dei traumi subiti. Il passato torna sia sotto forma di flashback improvvisi sia nel rimuginare continuo  della mente.

Quello che più colpisce è come la loro voce  venga messa in discussione. 

Di fronte al loro dolore  ho vissuto diversi momenti di dubbio, di inadeguatezza e di impotenza, spesso condivisi con operatori che lavorano in condizioni difficili a causa del carico emotivo da gestire.

Con i migranti non sono quindi sufficienti le parole, ma allo stesso tempo il silenzio è poco tollerato.

E’ riduttivo spiegare il loro disagio sia in termini culturali sia dentro le categorie occidentali di patologia e di salute. 

 Le differenti direzioni di sviluppo del progetto migratorio sembrano dipendere non solo dalla qualità dei traumi, ma anche dalle capacità individuali  di saper usare al meglio ciò che il presente offre in termini di possibilità di incontro e di apprendimento nella nuova cultura in cui si  trovano immersi .

Coltivare la curiosità e l’ascolto ed offrire una presenza che potesse mediare i conflitti e farli uscire da comportamenti di chiusura  sono le risposte che ho cercato di dare.

Un’altra possibilità di avvicinamento al loro mondo interiore e di trasformazione della sofferenza è costituita dalla libera espressione artistica attraverso i disegni,la pittura, ma anche il movimento (la danza ad esempio)  che permette di liberare il corpo attraverso la gestualità spontanea.

Un ulteriore  aiuto per i migranti finalizzato a recuperare dentro se stessi  sentimenti di sicurezza è stato quello  di rivolgere particolare attenzione alla dimensione spirituale  degli incontri, con ciò non intendo la religiosità, ma condividere l’interesse e la curiosità più aperta possibile  verso le credenze relative a ciò che non è visibile, quelle forze immateriali ed energetiche che agiscono  su di noi al di là della consapevolezza e che appartengono a tutte le culture.

Infine credo sia compito di ogni comunità creare  occasioni di scambio e di conoscenze tra i migranti e cittadini italiani per ridare speranza e fiducia nella possibilità di una convivialità reciproca .

Alberto De Giorgi

Foto: Marcia della pace Corbetta 1 Gennaio 2016

 Per riflettere:

www.bbc.com/news/world-africa-32392788

www.unhcr.org/pages/49e484f76.html