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Il sonno dei neonati e le scorciatoie degli esperti

Questo mese proporremo una riflessione riguardante una tecnica che, sulla base della nostra esperienza, si è diffusa tra i genitori negli ultimi anni e che ci appare assai discutibile: il metodo Estivill.

Estivill è un medico spagnolo che propone ai genitori un metodo veloce e semplice per far addormentare i bambini, i suoi libri sono molto venduti sia all’estero che in Italia, tra l’altro anche un grande editore come Feltrinelli ha deciso recentemente di pubblicarne un manuale.

Non entriamo in merito al metodo ( che l’Associazione Pediatri Italiana ha denunciato come potenzialmente dannoso per i bambini, interessanti affermazioni a proposito vengono fatte da Grazia Honnegger Fresco , una delle più importanti pedagogiste italiane) ma soffermarci sul pensiero che ne è alla base. Estivill muove il filo dei suoi ragionamenti da un presupposto tanto semplice quanto assoluto : il bambino è per sua natura intelligentissimo e furbissimo (insistendo spesso sui superlativi , quasi per caricare le sue affermazioni).

La letteratura scientifica ha prodotto parecchio sulla competenza emotiva e cognitiva dei bambini piccoli e questa ipotesi è difficilmente contestabile.

Ma la seconda qualità attribuita ai bambini è tutta da dimostrare e ne  discende un ragionamento molto comodo per gli adulti che intendono trascurare le comunicazioni dei bambini: i bambini sono pronti a fregare i genitori con il loro pianto , “non sono ma ci fanno “, manipolano intenzionalmente le volontà di genitori attraverso le loro manifestazioni di disagio , sfruttano ogni debolezza ed insicurezza degli adulti a loro vantaggio. A questo punto del suo pensiero Estivill  suggerisce una serie di interventi rivolti ai genitori in cui li si invita a  non prestare attenzione a ciò che segnala il bambino attraverso il pianto in quanto esso è espressione di capricci, di  caratteri volubili e quindi da non prendere seriamente in considerazione.

Noi crediamo che in fondo a tutto ciò ci sia una errata concezione del bambino e un rinnovato misconoscimento dei suoi bisogni, una legittimazione della deprivazione fatta in nome della scienza e della tecnica.

Purtroppo il genere di domande che spesso vengono in mente durante la lettura di questi manuali ( non solo quelli di Estivill) sono diversi dalla serie di pensieri, in genere più articolati e complessi , che emergono durante dei colloqui personali.

Spesso questi manuali sollevano  i genitori dall’ansia di non sapere che fare , lo scopo può essere efficace e dignitoso, ma i mezzi attraverso cui si ottiene ci appaiono largamente discutibili.

Il rischio maggiore che si corre è quello di trascurare il significato del pianto del neonato pur di ottenere un beneficio immediato.

Sicuramente madre e bambino traggono giovamento da un sonno non disturbato ma ciò che si perde è soprattutto la capacità di comprendere il comportamento del bambino e con essa il piacere di crescere e progredire insieme attraverso l’impegno e lo sforzo condiviso.

L’altra faccia dell’anoressia

IL NOSTRO SITO E’ IN COSTRUZIONE, per cominciare riportiamo un articolo tratto da internet che ci pare significativo:
Bevono per sentirsi sazie o per vomitare ciò che hanno mangiato. Il consumo di alcol al posto del cibo coinvolge il 10-20% delle anoressiche o delle bulimiche. Ai genitori il compito di interpretare i primi sintomi della malattia.
Non mangiano ma bevono per vomitare o per sentirsi sazie. Il volto nuovo dell’anoressia si chiama drunkoressia: ragazze che restano digiune per giornate intere aspettando l’ora dell’aperitivo per bere. In realtà il fenomeno è noto da anni agli specialisti del settore, ma se ne sta iniziando a parlare soltanto adesso.
“Che le ragazze anoressiche o bulimiche possano usare e abusare di alcol non è una novità. Il consumo di alcol coinvolge il 10-20 % delle donne che soffrono di disturbi dell’alimentazione come, appunto, anoressia e bulimia. Nella maggior parte dei casi bevono per sentirsi sazie, usando un drink come un diversivo al cibo, in altri casi invece lo fanno per vomitare”. Chi soffre di questo disturbo sa quante calorie contiene un bicchiere di vino o un cocktail, ma non si pone il problema perché i benefici sono molti: si sentono più sazie e anche più disinibite.

Identikit di un’anoressica

Le malate di anoressia o di bulimia nervosa hanno in genere 22-23 anni. “Anche se va detto che sebbene il disturbo compaia generalmente e più frequentemente poco dopo i vent’anni, oggi è abbastanza trasversale. Non sono più soltanto le giovani a soffrirne – continua il professor Ostuzzi – ma anche le donne più mature, sopra i quaranta anni per intenderci”. Tutte sono ossessionate dal mito di un fisico perfetto, vogliono sentirsi belle e, per farlo, sono disposte a non mangiare.
Insomma nella maggior parte dei casi l’anoressia compare intorno ai 12-13 anni e, quando ormai sono fallite le cure, viene diagnosticata. In media circa 10 anni dopo la comparsa della malattia. Queste sono ragazze modello, vanno bene a scuola, sono intelligenti ma hanno dei comportamenti ossessivi-compulsivi nei confronti del cibo. Insieme alle più giovani ci sono anche le quarantenni-cinquantenni che smettono di mangiare per sentirsi più giovani.

La mania di controllo e le cure

Queste ragazze malate di anoressia o di bulimia sono coscienti dei rischi a cui vanno incontro. Ma bisogna considerare che per loro l’unica cosa davvero importante è mantenere il controllo della propria forma fisica e per questo sono disposte a tutto. “Il problema – continua Ostuzzi, specialista che da anni si occupa di disturbi alimentari – è che, in alcuni casi, preferiscono la morte all’aumento di peso o alla perdita di controllo sul proprio corpo”.
Uno degli aspetti più evidenti dell’anoressia nervosa insieme alla carenza della consapevolezza della gravità della propria condizione è il deficit di motivazione della cura. Proprio questo rifiuto è uno dei più importanti fattori di cronicizzazione. E alla cronicizzazione seguono complicanze mediche e psichiatriche. Non è un caso che la mortalità per suicidio o per complicanze somatiche conseguenti alla malnutrizione è del 10% a dieci anni dall’esordio e del 20% a vent’anni.

Consigli per i genitori
I genitori sono quelli gli unici, che almeno all’inizio, possono fare qualcosa. Bisogna interpretare i segnali che vengono dalle figlie e capire i primi segni del disagio. “Quando le ragazze sono maniacali nella cura del corpo, quando sono eccessivamente attente alla forma fisica e seguono una dieta in maniera molto schematica e precisa – conclude Ostuzzi – questi sono i primi segnali. Quando una madre si rende conto di questo deve portare la figlia in un centro specializzato”. Soltanto in questo modo è possibile accorgersi del fenomeno in tempo e di curarlo con le terapie adatte.