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Un ricordo

Il Nido, secondo noi, rappresenta una delle più importanti conquiste istituzionali ottenute dalle riforme sociali degli anni  settanta,  insieme  probabilmente al Consultorio Familiare .

Attualmente il Nido ( come del resto anche i servizi sociali e le realtà educative e scolastiche ) sta attraversando un momento di sofferenza a causa della crisi economica e di decisioni politico-finanziarie. Di fronte a tale situazione sono sorti dei Nidi privati che cercano di sopperire ad una domanda sempre più crescente e articolata di cura dell’infanzia.

Sembra essere passato il tempo in cui il Nido rappresentava una risorsa  solo nei casi in cui la madre lavorava e  veniva vissuto come una scelta obbligata.

L’impegno e la serietà profuso da tante educatrici nel loro difficile lavoro quotidiano, nello stabilire una buona alleanza con le famiglie, nel prestare attenzione  alle caratteristiche individuali di ogni  bambino ha permesso ai genitori di riconoscere l’importanza fondamentale del nido come luogo, non di mera assistenza , ma di crescita dei bambini , di socializzazione, di sviluppo delle loro potenzialità più profonde.

In questo spazio vogliamo ricordare una di loro che insieme a tante altre colleghe abbiamo avuto la fortuna di conoscere e che ha sostenuto in questi trent’anni i primi passi nel mondo di tanti bambini all’alba della loro vita, Romana, scomparsa prematuramente, persona dolce e sensibile, sempre attenta ai bisogni dei piccoli.

In qualunque posto tu sia ora, siamo convinti che continuerai a giocare con tutte le centinaia e centinaia di bambini che ti hanno conosciuto e  ai quali hai lasciato una traccia indelebile.

Foto giocando

In occasione del ventennale  della convenzione sui diritti del fanciullo dell’Onu, l’Associazione Maith ha organizzato una mostra fotografica sui “diritti naturali” del bambino intitolata “L’estate che ti ho visto crescere”, dove i bambini ritratti non sono “oggetto” da vedere, ma nell’ essere coinvolti partecipano direttamente alla creazione dell’autrice, quasi come se gli scatti fossero opera loro.

La mostra che abbiamo visto è concepita come un invito ad entrare in contatto con il mondo dell’infanzia attraverso fotografie inserite in una cornice ludica e accompagnate da ghirigori, stelline e scarabocchi, che in questo contesto svolgono una funzione di commento visivo al posto dei testi scritti.

La motivazione che sta alla base del progetto è quella di diffondere una cultura in cui i bambini sono sostenuti ad esprimere la loro curiosità, il loro bisogno naturale di esplorare la natura, l’ambiente che li circonda in maniera spontanea e libera.

I bambini esprimono il diritto ad oziare, a sporcarsi, ad essere spettinati, a maneggiare attrezzi “pericolosi”, a vivere in un paesaggio dove si raccolgono tutte le sfumature di cui gli sguardi che crescono hanno bisogno per poter sviluppare una sensibilità estetica.

Le immagini, immediate e di rara bellezza,  della fotografa Isabella Rosa colgono infanzie in movimento, mai statiche, neppure nei ritratti da vicino dove ammiccano visi contemplativi, sorrisi sdentati, occhioni sgranati e fanno capolino piccoli piedini impastati nel fango.

La mostra è stata temporaneamente ospite del palazzo del Comune di Cassinetta di Lugagnano (Mi) ed è la prima tappa di una serie di iniziative (laboratori e altro) che l’Associazione Maith rivolge sia ai bambini che agli insegnanti, mentre l’esposizione è prenotabile per nuove installazioni.

Per contatti ed informazioni: 339 4905743, oppure cliccare sul link all’inizio dell’articolo. 

Esplorando l’inconscio con la settimana enigmistica di Max Ernst

Una  mostra decisamente affascinante vista quest’estate  è l’esposizione al Museo d’Orsay di Parigi delle litografie di Max Ernst intitolata “Une semaine de bontè” (Una settimana di bontà) che l’artista realizzò durante un soggiorno in Italia nell’estate del 1933. Max Ernst fu un artista vicino al movimento surrealista, con il quale dialogò a lungo lo psicoanalista Lacan.

Questi collages, spiazzanti e  disorientanti, richiamano l’esperienza del “perturbante”, che secondo Freud, è qualcosa che si vive in maniera tanto più strana e spaventosa quanto più  ci appare familiare: esseri con teste di leone che compiono ogni serie di crudeltà mentre altri con  teste di gallo assistono a queste scene sghignazzando, camere ed appartamenti sommersi dall’acqua, serpenti, draghi e ghigliottine che sbucano dai posti più insospettati, un uomo-uccello che trascina con un pugnale il piede di una donna nuda..

Insomma tutto un catalogo degli orrori che si generano dalle emozioni più intense (la gelosia, l’invidia..) passati attraverso il filtro dell’immaginario popolare, delle fiabe e delle leggende. Piani di realtà si sovrappongono, il tutto appare legato da una successione casuale e indeterminata: se si riesce a non farsi sopraffare o “sedurre“ come spettatore dalla violenza delle immagini esposte la visione di queste rappresenta un’ottimo esercizio per avvicinarsi a ciò che possiamo chiamare inconscio, una regione della nostra psiche  tanto oscura e sfuggevole quanto disprezzata e negata : una concatenazione casuale di eventi dove i piani temporali e spaziali si mescolano e si confondono tra loro, come, in maniera molto simile, avviene nei sogni o nei rebus che troviamo giocando nella “Settimana Enigmistica”.

(l’immagine riprodotta è tratta dal catalogo della mostra edito da Gallimard)

Ritorno a scuola !!

I bambini tornano a scuola, con mille aspettative e preoccupazioni di genitori ed insegnanti.

Uno dei sintomi che mettono in crisi i genitori è la fobia scolare, cioè il rifiuto immotivato di andare a scuola.

Spesso dietro una fobia della scuola si cela una un’eccessiva preoccupazione per l’ansia di separazione dalle principali figure di riferimento. Si presenta verso i   7-8 anni e si manifesta spesso in occasione di un cambiamento nella vita familiare : nascita di un fratellino, malattia di uno dei genitori, trasloco, separazione, cambiamento di insegnante.. Alla radice c’è il timore di essere abbandonati e la paura del distacco.

Nella nostra esperienza clinica abbiamo incontrato più preadolescenti che bambini : in questi casi si presentano dinamiche  familiari fortemente conflittuali e parziali insuccessi scolastici. In tali circostanze la scuola può diventare uno strumento di “ricatto” da parte del ragazzo  per rivendicare maggiore attenzione, per  segnalare un disagio che circola in famiglia e che riguarda anche gli altri componenti oppure per mettere in luce una situazione scolastica frustrante ed opprimente legata al rapporto con i compagni o con qualche professore.

Questo comportamento genera contrasti in famiglia ed alimenta maggiori tensioni, tuttavia rappresenta un “miglioramento” all’interno di un certo contesto, perché la comparsa della fobia rappresenta una difesa attraverso il quale il bambino si libera di un’angoscia profonda collocandola in qualcosa di individuabile, limitato, circoscritto e che a questo punto può essere affrontato chiaramente “alla luce del sole”.In genere i  bambini  manifestano una serie di disturbi psicosomatici : dolori addominali, cefalea, nausea, attacchi di vomito, tachicardia, sudorazione.

In questi anni abbiamo avuto modo di riscontrare che i bambini hanno bisogno, di solito, di uno spazio terapeutico “tutto per loro” dove scaricare le loro angosce ed inquietudini per essere aiutati a recuperare la sicurezza e la forza necessaria a riprendere la frequenza scolastica.

L’atteggiamento dei genitori  è fondamentale: riuscire a trasmettere fiducia nelle risorse dei figli e allo stesso tempo dare a  loro tempo per “guarire” è difficile ma essenziale.

Inoltre, abbiamo osservato che molti di questi  bambini hanno bisogno di una maggiore partecipazione dei genitori, in particolare dei padri, alla vita scolastica, un coinvolgimento “non solo a parole” ma nei fatti: accompagnarli al mattino parlando con loro nel tragitto, magari seguendoli all’inizio fino al portone, sfogliare la sera i quaderni e il diario insieme a loro rinsalda il rapporto tra  genitori e figli  e li rassicura sul fatto che possono sempre contare sulla disponibilità di qualcuno pronto a raccogliere il loro malessere e ad ascoltarli. ( nell’immagine la piccola Stefi alle prese con i libri di scuola, simpaticisssimo fumetto del Corriere dei piccoli degli anni settanta-ottanta di Grazia Nidasio, nonchè sorella minore di Valentina melaverde)

La sofferenza mentale sul lavoro è ancora un tabù

Continuando a sfogliare quotidiani esteri  notiamo un articolo significativo su le Monde del 27 agosto: anche oltralpe c’è un’emergenza che riguarda la sofferenza sui luoghi di lavoro , mentre in Italia si è drammaticamente manifestata attraverso l’incremento degli infortuni sul lavoro, in Francia si sono registrati  una serie impressionante di suicidi in particolare nei luoghi più esposti alla pressione dell’organizzazione del lavoro come nel settore delle telecomunicazioni, i casi più eclatanti in France Télécom.
Il medico del lavoro intervistato a proposito afferma che < Sia l’impresa non ha preso in considerazione i segni precursori, sia ha fatto prova di una indifferenza intollerabile. Questo problema della sofferenza sul lavoro non è sufficientemente studiato. Né sul piano sociale né sul piano scientifico o statistico.(..)La sofferenza può nascere da un eccesso di lavoro oppure, al contrario, da un carico di lavoro insufficiente. Da una formazione troppo leggera che pone il lavoratore in una situazione indifendibile , ma egualmente da una mansione che si ritiene troppo inferiore alla propria qualifica.
La nozione di riconoscimento dell’individuo è centrale dentro un quadro di sofferenza: la mancanza di autonomia, il sentimento di non poter utilizzare le proprie competenze,la sensazione di non ricevere la stima che si pensa di meritare.. >>
L’intervistato conclude dicendo che è necessario farsi carico su un piano sociale del problema della sofferenza mentale sul lavoro, come  lo si fa per il cancro in materia di sanità pubblica, ma purtroppo questo discorso è ancora un tabù.La prevenzione diventa ancora ancora più necessaria in relazione all’assenza o alla perdita del lavoro che genera situazioni di malessere e di depressione che a volte sfociano in violenze e crisi familiari. Spesso le persone provano vergogna e senso di colpa di fronte alla disoccupazione e fanno molta fatica a reagire e a chiedere aiuto pubblicamente.
Oggi, come è evidente a tutti, la precarietà crescente del lavoro e l’aumento della pressione psicologica sugli individui a causa di una maggiore insicurezza vissuta dalle persone comporta spesso che  ci si trovi di fronte all’alternativa tra il mantenimento del posto di lavoro e preservare la propria salute mentale.
Infatti,  sempre più spesso ci troviamo di fronte a persone che vengono nella stanza di terapia a chiedere di essere aiutati a risolvere questo dilemma per prendere delle decisioni importanti riguardo la loro vita familiare e per dare un nuovo senso alla loro esistenza . ( per saperne di più sulla storia della psicologia del lavoro in italia:link-it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Novara)

Demolizioni e distruttività

Chiunque osservando da fuori la struttura dove è situato il nostro centro noterà un cambiamento, dal lato sinistro compare un grande vuoto, infatti l’edificio vicino è stato demolito durante il torrido mese d’agosto.

Qualcuno  si era pure domandato se fosse stato il nostro studio ad essere distrutto…  quest’evento ci ha portati a riflettere sul significato simbolico e il vissuto legato alla distruzione.

La distruttività viene espressa in terapia e rappresenta uno dei migliori combustibili per costruire una relazione autentica ed esercitare un  cambiamento interiore: alcuni individui fanno fatica a esprimerla entro certi limiti e in termini contenuti, non sono in grado di  modularla e questo spesso incide sulla loro vita quotidiana e nelle loro relazioni.

C’è chi, all’opposto,ne difetta e non riesce  ad esprimere rabbia e aggressività perché li vive come pericolosi e  teme possano compromettere i rapporti.Questi sentimenti allora diventano qualcosa di “negativo” in sé, e quindi vengono vissuti con angoscia ed in modo “catastrofico”.

I bambini, invece,  che usano con maggiore spontaneità i loro impulsi distruttivi, giocano ad eliminare l’adulto sia attraverso il gioco, i disegni e i sogni  permettendosi di ricreare di volta in volta un mondo nuovo e più vicino al loro vissuto, rinnovando così la gioia della scoperta e della creatività: bisogna distruggere per costruire qualcosa di nuovo”.

D’altronde tutta la psicoanalisi si fonda principalmente sulla valorizzazione e sul recupero di resti, rovine,macerie, di ciò che viene scartato e rimosso dalla superficie della nostra coscienza.

Infine la percezione di un luogo distrutto può evocare dei ricordi legati a qualcosa che non c’è più sollecitando l’elaborazione del lutto per un mondo scomparso, spesso legato all’infanzia che però rimane conservato negli anfratti della nostra mente : accade frequentemente che anziani sofferenti di Alzheimer  si perdano per  strada e quando vengono ritrovati, a chi gli domanda dove stessero  andando, spesso rispondono descrivendo vie che non esistono più, luoghi d’infanzia , una mappa che viene custodita preziosamente dentro di loro.

Per ora ci fermiamo qui perché rimandi e collegamenti relativi alla distruttività andrebbero  ben  oltre i limiti di spazio e le finalità  di questo articolo per cui ci ripromettiamo in seguito di  riprendere questo argomento.

Giornali esteri

Sfogliando qua e là giornali esteri, come a volte capita durante il periodo estivo , si possono trovare notizie illuminanti come ieri su LIBERATION, uno dei principali quotidiani francesi, che riportava in prima pagina  le dichiarazioni del ministro dell’interno francese, il quale di fronte ad un aumento della delinquenza e della violenza giovanile intende presentare un disegno legge che prevede la formazione di un’equipe multidisciplinare composta da una personalità indipendente, uno psicologo e un funzionario della polizia per intervenire sul campo al fine << di disinnescare le situazioni di crisi, suscettibili di aggravarsi  per evitare le false dicerie, le incomprensioni, gli eccessi.. >> . Il pensiero che sta alla base di questo progetto legislativo è che è necessario ricostruire un diaologo tra i giovani e la società, e in particolare le forze dell’ordine a causa di tensioni sociali sempre più forti. Chissà se esempi come questi possono essere presi seriamente in considerazione in  Italia !

Sempre ieri sul GUARDIAN, autorevole quotidiano inglese indipendente, nelle pagine dei commenti e dei dibattiti, si denuncia il fallimento dell’approccio biologico al trattamento e alla cura dei disturbi mentali sottolineando la necessità di riportare l’attenzione sul paziente come persona esortando di << ascoltare di più le persone somministrando loro meno farmaci>>.

Al termine dell’articolo si auspica lo sviluppo di una cura che si basi sullo sviluppo delle recenti scoperte scientifiche e che ritorni a riferirsi  all’esperienza dei soggetti piuttosto che all’ideologia farmacologica.

Il disegno dei bambini e Quentin Blake

La visita ad un museo può essere un modo semplice ed immediato per avvicinarci a qualcosa di “bello”, che arricchisce la nostra vita interiore e mentale.

Non ci dilunghiamo a definire ciò che è bello o ad affermare se è pertinente o meno questa definizione, migliaia di pagine di teoria estetica e morale e centinaia di anni di dispute intellettuali hanno approfondito ed esplorato questo tema.

Su un piano meno oggettivo e più  personale, abbiamo incontrato durante una visita ad un museo le opere di un illustratore veramente interessante, Quentin Blake, illustratore Inglese che ha accompagnato i testi di tanti autori di libri per bambini e ragazzi,  in particolare, tra quelli più conosciuti attualmente, Rohald Dahl e Bianca Pitzorno:dal 3 Luglio al 10 gennaio 2010 i suoi disegni saranno esposti al Museo Luzzati di Genova, per il piacere di bambini ma non solo.

Le opere quasi tutte ad acquarello riscuotono un  successo formidabile a giudicare dalle espressioni attente e divertite dei piccoli visitatori del Museo.

Le sue figure sembrano apparentemente stilizzate, in realtà sono il risultato di un lavoro di sintesi e di attenzione verso il dettaglio: coccodrilli, bambini e vecchietti dallo sguardo vispo e impertinente  immersi in atmosfere ariose e giocose sembrano sospesi a mezz’aria quasi a sfidare sfrontatamente le leggi della gravità e del tempo.

Queste opere sono davvero degne di uno sguardo paziente che possa soffermarsi a  cogliere le infinite sfumature di senso che, come in tutte le immagini “pensate”, vanno ben al di là dei possibili significati delle parole.

Quentin Blake dice,tra l’altro, insegnando ai bambini la sua arte, che <<l’errore non esiste>> e che l’importante nel disegno non è ritrarre i personaggi in chiave “realistica”, ma coglierne l’essenziale attraverso la gestualità e il carattere.

Frasi che noi sottoscriviamo ampiamente perché ci troviamo spesso nella stanza di consultazione a rassicurare i bambini mentre disegnano durante le sedute che non ci sono gomme né righelli nella stanza e che non è necessario buttare via i fogli quando pensano di aver fatto qualcosa di sbagliato o brutto, perché ogni traccia o segno rimane e rappresenta un passo in avanti nella costruzione di un prorpio percosro creativo e di una propria identità.

In quest’epoca così satura di immagini  Quentin Blake ci offre uno stimolo per la fantasia e cibo per il nostro immaginario personale.  

Un mito dimenticato

Esiste un testo breve che potrebbe rivelarsi un’utile e preziosa lettura per l’estate perché risulta di  notevole importanza per comprendere le dinamiche psicologiche degli individui: questa opera è passata piuttosto inosservata dalla letteratura scientifica tranne che per un intervento di diversi anni fa di André Green, riconosciuto psicoanalista francese, che poneva questo racconto sullo stesso piano del mito edipico e di quello di Babele per la sua rilevanza psicologica nel determinare certi nostri comportamenti e nel muovere il nostro inconscio.

Questo testo è comunemente chiamato “l’epopea di Gilgamesh “( di recente è stata pubblicata anche una riduzione per ragazzi per la casa editrice Giunti) appartiene alla civiltà Sumerica e ha influenzato il racconto della Bibbia soprattutto per la parte concernente la narrazione del diluvio universale e rappresenta la prima traccia scritta di un poema, anteriore persino ai testi omerici, che sia giunta fino a noi.

4000 anni fa Gilgamesh va alla ricerca della conoscenza e del significato della vita: la parte che ci interessa mettere a fuoco è quella riguardante il momento in cui il guerriero incontra un altro personaggio altrettanto valoroso e coraggioso contro cui lotta e con cui successivamente stringe amicizia fraterna, quest’ultimo  diventerà il suo più fidato compagno di battaglia.

Questo personaggio fraterno rappresenta una sorta di rivale antagonista ma anche il suo doppio, cioè un’alter –ego che riflette e mostra a Gilgamesh. parti e aspetti di se stesso . Quando questo compagno  muore , Gilgamesh non accetta questa perdita ed e’ accecato dal dolore,  si ribella così contro le leggi della mortalità e del tempo intraprendendo un viaggio nel mondo delle tenebre,dell’aldilà per riprendere il suo amico. Un percorso , diremmo noi oggi , che diventa gradualmente un processo di elaborazione del lutto per la scomparsa della persona cara.

Questo racconto affascinante pone , come tutte le epopee immortali, molti più interrogativi che risposte, ma ci illumina sui rischi sempre presenti in ogni individuo di essere preda delle proprie ambizioni e della superbia.

Al termine di questa avventura la disperazione di Gilgamesh. non si placa e dopo innumerevoli ostacoli  egli giunge alla fonte del fiume Eufrate dove un re saggio pone l’eroe di fronte all’inevitabilità della morte e della separazione . Le parole  che usa non sono  consolatorie, ma le riportiamo per intero perché sono di una straordinaria potenza nel cogliere le inquietudini esistenziali che, allora come oggi, a migliaia di anni di distanza dai quei lontani antenati, ancora ci attraversano:

<< Nulla permane. Costruiamo forse una casa che duri per sempre, stipuliamo forse contratti che valgano per ogni tempo a venire? Forse che i fratelli si dividono un’eredità per tenerla per sempre, forse che è duratura la stagione delle piene? …Fin dai tempi antichi nulla permane…>>

Il terremoto nelle fantasie infantili

Questo spazio vuole essere un piccolo contributo a creare una maggiore sensibilità verso temi di natura psicologica: in questa sede si potranno avvicendare citazioni tratte da autori che sono per noi importanti e, in qualche modo,illuminanti aspetti significativi della vita psichica ed emotiva, riflessioni da un punto di vista psicologico su argomenti che ci sembrano di attualità o particolarmente urgenti, proposte di letture o di visioni di film interessanti da un versante psicologico, recensioni di libri di colleghi ed amici.

Lo scopo è quello di alimentare uno scambio più partecipe e vivo intorno e tra le culture dell’infanzia e del mondo adulto.

Per iniziare vorremmo suggerire la lettura di un libro per bambini cui ci si potrebbe accostare per avvicinare il tema del terremoto, oggi purtroppo attuale.

Il nostro modo di vedere non vuole essere una prospettiva psicologica per interpretare e ridurre il significato di una storia, ma per chiarire zone d’ombra, stabilire, per quanto possibile, analogie, relazioni, dialoghi e contrasti.

Il libro in questione è “Il drago Aidar” (edizione originale in francese del 2002, trad.It.Ediz.Mondadori) di M.Satrapi, che è anche una nota disegnatrice di fumetti (autrice di “Persepolis”), può essere letto a voce alta da un genitore ad un bambino in età prescolare che poi riguarderà con piacere da solo le illustrazioni, sia da un bambino più grande.

Il libro è illustrato con colori molto vivaci ed è permeato, nonostante il tema grave che affronta, da un’atmosfera giocosa che è importante per il bambino , al di là delle differenze individuali, per poter sentire di padroneggiare un evento che altrimenti, soprattutto attraverso la ricezione indiscriminata di immagini che provengono dalla televisione, è vissuto come qualcosa di incontrollabile e a volte ineluttabile, il bambino che legge o che ascolta la voce del genitore può mettere in funzione una serie di fantasie riparatrici che sono importanti per la sua vita mentale.

L’autrice, inoltre, non esita a esprimere l’idea della responsabilità degli adulti nei confronti di quanto succede, niente è inevitabile e, la maggior parte delle volte, gli interventi degli uomini, come lo sfruttamento spregiudicato dell’ambiente, sono all’origine degli effetti più disastrosi delle catastrofi ambientali.

La protagonista del libro è una bambina che viene inviata dal re del suo colorato paese al centro della terra per cercare il drago Aidar che, improvvisamente, ha fatto tremare la terra del suo paese. La bimba è l’unica a poter affrontare tale viaggio poiché, durante, lo stravolgimento, tutti gli abitanti che si trovavano coi piedi per terra hanno subito delle strane modifiche, lei, invece, poiché saltava la corda e stava sospesa, si è salvata e così parte per un avventuroso viaggio dove incontrerà i personaggi più strani…
Infine, la sua lettura è apprezzabile anche per dare piena legittimità alle teorie infantili: l’autrice, infatti, confessa al termine della narrazione di credere ancora, come la bambina protagonista “sospesa tra cielo e terra”, che al centro del mondo ci sia un drago che fa da custode e veglia su tutti noi.

Una prospettiva sospesa in uno spazio né completamente ideale né assolutamente concreto può permetterci di giocare e di provare piacere nel lanciarsi in un’avventura.

Infatti, le teorie infantili, come ricordava a suo tempo Piaget, lontano dall’essere semplicistiche, sono in realtà alla base dello sviluppo del ragionamento scientifico dei bambini, ma anche della creatività e dell’immaginazione.

Da ultimo, ma non meno importante, Marian Satrapi è nata in Iran, i colori che descrive nel libro sono quelli del suo paese, che ci fa conoscere attraverso le immagini e il racconto, e soprattutto aiuta noi adulti a porci in un’altra prospettiva per guardare da più piani diversi, poterci meravigliare delle differenze e lasciarci arricchire da nuove esperienze. Un libro per bambini non è mai solo per loro…