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Giornali esteri

Sfogliando qua e là giornali esteri, come a volte capita durante il periodo estivo , si possono trovare notizie illuminanti come ieri su LIBERATION, uno dei principali quotidiani francesi, che riportava in prima pagina  le dichiarazioni del ministro dell’interno francese, il quale di fronte ad un aumento della delinquenza e della violenza giovanile intende presentare un disegno legge che prevede la formazione di un’equipe multidisciplinare composta da una personalità indipendente, uno psicologo e un funzionario della polizia per intervenire sul campo al fine << di disinnescare le situazioni di crisi, suscettibili di aggravarsi  per evitare le false dicerie, le incomprensioni, gli eccessi.. >> . Il pensiero che sta alla base di questo progetto legislativo è che è necessario ricostruire un diaologo tra i giovani e la società, e in particolare le forze dell’ordine a causa di tensioni sociali sempre più forti. Chissà se esempi come questi possono essere presi seriamente in considerazione in  Italia !

Sempre ieri sul GUARDIAN, autorevole quotidiano inglese indipendente, nelle pagine dei commenti e dei dibattiti, si denuncia il fallimento dell’approccio biologico al trattamento e alla cura dei disturbi mentali sottolineando la necessità di riportare l’attenzione sul paziente come persona esortando di << ascoltare di più le persone somministrando loro meno farmaci>>.

Al termine dell’articolo si auspica lo sviluppo di una cura che si basi sullo sviluppo delle recenti scoperte scientifiche e che ritorni a riferirsi  all’esperienza dei soggetti piuttosto che all’ideologia farmacologica.

Il disegno dei bambini e Quentin Blake

La visita ad un museo può essere un modo semplice ed immediato per avvicinarci a qualcosa di “bello”, che arricchisce la nostra vita interiore e mentale.

Non ci dilunghiamo a definire ciò che è bello o ad affermare se è pertinente o meno questa definizione, migliaia di pagine di teoria estetica e morale e centinaia di anni di dispute intellettuali hanno approfondito ed esplorato questo tema.

Su un piano meno oggettivo e più  personale, abbiamo incontrato durante una visita ad un museo le opere di un illustratore veramente interessante, Quentin Blake, illustratore Inglese che ha accompagnato i testi di tanti autori di libri per bambini e ragazzi,  in particolare, tra quelli più conosciuti attualmente, Rohald Dahl e Bianca Pitzorno:dal 3 Luglio al 10 gennaio 2010 i suoi disegni saranno esposti al Museo Luzzati di Genova, per il piacere di bambini ma non solo.

Le opere quasi tutte ad acquarello riscuotono un  successo formidabile a giudicare dalle espressioni attente e divertite dei piccoli visitatori del Museo.

Le sue figure sembrano apparentemente stilizzate, in realtà sono il risultato di un lavoro di sintesi e di attenzione verso il dettaglio: coccodrilli, bambini e vecchietti dallo sguardo vispo e impertinente  immersi in atmosfere ariose e giocose sembrano sospesi a mezz’aria quasi a sfidare sfrontatamente le leggi della gravità e del tempo.

Queste opere sono davvero degne di uno sguardo paziente che possa soffermarsi a  cogliere le infinite sfumature di senso che, come in tutte le immagini “pensate”, vanno ben al di là dei possibili significati delle parole.

Quentin Blake dice,tra l’altro, insegnando ai bambini la sua arte, che <<l’errore non esiste>> e che l’importante nel disegno non è ritrarre i personaggi in chiave “realistica”, ma coglierne l’essenziale attraverso la gestualità e il carattere.

Frasi che noi sottoscriviamo ampiamente perché ci troviamo spesso nella stanza di consultazione a rassicurare i bambini mentre disegnano durante le sedute che non ci sono gomme né righelli nella stanza e che non è necessario buttare via i fogli quando pensano di aver fatto qualcosa di sbagliato o brutto, perché ogni traccia o segno rimane e rappresenta un passo in avanti nella costruzione di un prorpio percosro creativo e di una propria identità.

In quest’epoca così satura di immagini  Quentin Blake ci offre uno stimolo per la fantasia e cibo per il nostro immaginario personale.  

Un mito dimenticato

Esiste un testo breve che potrebbe rivelarsi un’utile e preziosa lettura per l’estate perché risulta di  notevole importanza per comprendere le dinamiche psicologiche degli individui: questa opera è passata piuttosto inosservata dalla letteratura scientifica tranne che per un intervento di diversi anni fa di André Green, riconosciuto psicoanalista francese, che poneva questo racconto sullo stesso piano del mito edipico e di quello di Babele per la sua rilevanza psicologica nel determinare certi nostri comportamenti e nel muovere il nostro inconscio.

Questo testo è comunemente chiamato “l’epopea di Gilgamesh “( di recente è stata pubblicata anche una riduzione per ragazzi per la casa editrice Giunti) appartiene alla civiltà Sumerica e ha influenzato il racconto della Bibbia soprattutto per la parte concernente la narrazione del diluvio universale e rappresenta la prima traccia scritta di un poema, anteriore persino ai testi omerici, che sia giunta fino a noi.

4000 anni fa Gilgamesh va alla ricerca della conoscenza e del significato della vita: la parte che ci interessa mettere a fuoco è quella riguardante il momento in cui il guerriero incontra un altro personaggio altrettanto valoroso e coraggioso contro cui lotta e con cui successivamente stringe amicizia fraterna, quest’ultimo  diventerà il suo più fidato compagno di battaglia.

Questo personaggio fraterno rappresenta una sorta di rivale antagonista ma anche il suo doppio, cioè un’alter –ego che riflette e mostra a Gilgamesh. parti e aspetti di se stesso . Quando questo compagno  muore , Gilgamesh non accetta questa perdita ed e’ accecato dal dolore,  si ribella così contro le leggi della mortalità e del tempo intraprendendo un viaggio nel mondo delle tenebre,dell’aldilà per riprendere il suo amico. Un percorso , diremmo noi oggi , che diventa gradualmente un processo di elaborazione del lutto per la scomparsa della persona cara.

Questo racconto affascinante pone , come tutte le epopee immortali, molti più interrogativi che risposte, ma ci illumina sui rischi sempre presenti in ogni individuo di essere preda delle proprie ambizioni e della superbia.

Al termine di questa avventura la disperazione di Gilgamesh. non si placa e dopo innumerevoli ostacoli  egli giunge alla fonte del fiume Eufrate dove un re saggio pone l’eroe di fronte all’inevitabilità della morte e della separazione . Le parole  che usa non sono  consolatorie, ma le riportiamo per intero perché sono di una straordinaria potenza nel cogliere le inquietudini esistenziali che, allora come oggi, a migliaia di anni di distanza dai quei lontani antenati, ancora ci attraversano:

<< Nulla permane. Costruiamo forse una casa che duri per sempre, stipuliamo forse contratti che valgano per ogni tempo a venire? Forse che i fratelli si dividono un’eredità per tenerla per sempre, forse che è duratura la stagione delle piene? …Fin dai tempi antichi nulla permane…>>

Il terremoto nelle fantasie infantili

Questo spazio vuole essere un piccolo contributo a creare una maggiore sensibilità verso temi di natura psicologica: in questa sede si potranno avvicendare citazioni tratte da autori che sono per noi importanti e, in qualche modo,illuminanti aspetti significativi della vita psichica ed emotiva, riflessioni da un punto di vista psicologico su argomenti che ci sembrano di attualità o particolarmente urgenti, proposte di letture o di visioni di film interessanti da un versante psicologico, recensioni di libri di colleghi ed amici.

Lo scopo è quello di alimentare uno scambio più partecipe e vivo intorno e tra le culture dell’infanzia e del mondo adulto.

Per iniziare vorremmo suggerire la lettura di un libro per bambini cui ci si potrebbe accostare per avvicinare il tema del terremoto, oggi purtroppo attuale.

Il nostro modo di vedere non vuole essere una prospettiva psicologica per interpretare e ridurre il significato di una storia, ma per chiarire zone d’ombra, stabilire, per quanto possibile, analogie, relazioni, dialoghi e contrasti.

Il libro in questione è “Il drago Aidar” (edizione originale in francese del 2002, trad.It.Ediz.Mondadori) di M.Satrapi, che è anche una nota disegnatrice di fumetti (autrice di “Persepolis”), può essere letto a voce alta da un genitore ad un bambino in età prescolare che poi riguarderà con piacere da solo le illustrazioni, sia da un bambino più grande.

Il libro è illustrato con colori molto vivaci ed è permeato, nonostante il tema grave che affronta, da un’atmosfera giocosa che è importante per il bambino , al di là delle differenze individuali, per poter sentire di padroneggiare un evento che altrimenti, soprattutto attraverso la ricezione indiscriminata di immagini che provengono dalla televisione, è vissuto come qualcosa di incontrollabile e a volte ineluttabile, il bambino che legge o che ascolta la voce del genitore può mettere in funzione una serie di fantasie riparatrici che sono importanti per la sua vita mentale.

L’autrice, inoltre, non esita a esprimere l’idea della responsabilità degli adulti nei confronti di quanto succede, niente è inevitabile e, la maggior parte delle volte, gli interventi degli uomini, come lo sfruttamento spregiudicato dell’ambiente, sono all’origine degli effetti più disastrosi delle catastrofi ambientali.

La protagonista del libro è una bambina che viene inviata dal re del suo colorato paese al centro della terra per cercare il drago Aidar che, improvvisamente, ha fatto tremare la terra del suo paese. La bimba è l’unica a poter affrontare tale viaggio poiché, durante, lo stravolgimento, tutti gli abitanti che si trovavano coi piedi per terra hanno subito delle strane modifiche, lei, invece, poiché saltava la corda e stava sospesa, si è salvata e così parte per un avventuroso viaggio dove incontrerà i personaggi più strani…
Infine, la sua lettura è apprezzabile anche per dare piena legittimità alle teorie infantili: l’autrice, infatti, confessa al termine della narrazione di credere ancora, come la bambina protagonista “sospesa tra cielo e terra”, che al centro del mondo ci sia un drago che fa da custode e veglia su tutti noi.

Una prospettiva sospesa in uno spazio né completamente ideale né assolutamente concreto può permetterci di giocare e di provare piacere nel lanciarsi in un’avventura.

Infatti, le teorie infantili, come ricordava a suo tempo Piaget, lontano dall’essere semplicistiche, sono in realtà alla base dello sviluppo del ragionamento scientifico dei bambini, ma anche della creatività e dell’immaginazione.

Da ultimo, ma non meno importante, Marian Satrapi è nata in Iran, i colori che descrive nel libro sono quelli del suo paese, che ci fa conoscere attraverso le immagini e il racconto, e soprattutto aiuta noi adulti a porci in un’altra prospettiva per guardare da più piani diversi, poterci meravigliare delle differenze e lasciarci arricchire da nuove esperienze. Un libro per bambini non è mai solo per loro…

Il sonno dei neonati e le scorciatoie degli esperti

Questo mese proporremo una riflessione riguardante una tecnica che, sulla base della nostra esperienza, si è diffusa tra i genitori negli ultimi anni e che ci appare assai discutibile: il metodo Estivill.

Estivill è un medico spagnolo che propone ai genitori un metodo veloce e semplice per far addormentare i bambini, i suoi libri sono molto venduti sia all’estero che in Italia, tra l’altro anche un grande editore come Feltrinelli ha deciso recentemente di pubblicarne un manuale.

Non entriamo in merito al metodo ( che l’Associazione Pediatri Italiana ha denunciato come potenzialmente dannoso per i bambini, interessanti affermazioni a proposito vengono fatte da Grazia Honnegger Fresco , una delle più importanti pedagogiste italiane) ma soffermarci sul pensiero che ne è alla base. Estivill muove il filo dei suoi ragionamenti da un presupposto tanto semplice quanto assoluto : il bambino è per sua natura intelligentissimo e furbissimo (insistendo spesso sui superlativi , quasi per caricare le sue affermazioni).

La letteratura scientifica ha prodotto parecchio sulla competenza emotiva e cognitiva dei bambini piccoli e questa ipotesi è difficilmente contestabile.

Ma la seconda qualità attribuita ai bambini è tutta da dimostrare e ne  discende un ragionamento molto comodo per gli adulti che intendono trascurare le comunicazioni dei bambini: i bambini sono pronti a fregare i genitori con il loro pianto , “non sono ma ci fanno “, manipolano intenzionalmente le volontà di genitori attraverso le loro manifestazioni di disagio , sfruttano ogni debolezza ed insicurezza degli adulti a loro vantaggio. A questo punto del suo pensiero Estivill  suggerisce una serie di interventi rivolti ai genitori in cui li si invita a  non prestare attenzione a ciò che segnala il bambino attraverso il pianto in quanto esso è espressione di capricci, di  caratteri volubili e quindi da non prendere seriamente in considerazione.

Noi crediamo che in fondo a tutto ciò ci sia una errata concezione del bambino e un rinnovato misconoscimento dei suoi bisogni, una legittimazione della deprivazione fatta in nome della scienza e della tecnica.

Purtroppo il genere di domande che spesso vengono in mente durante la lettura di questi manuali ( non solo quelli di Estivill) sono diversi dalla serie di pensieri, in genere più articolati e complessi , che emergono durante dei colloqui personali.

Spesso questi manuali sollevano  i genitori dall’ansia di non sapere che fare , lo scopo può essere efficace e dignitoso, ma i mezzi attraverso cui si ottiene ci appaiono largamente discutibili.

Il rischio maggiore che si corre è quello di trascurare il significato del pianto del neonato pur di ottenere un beneficio immediato.

Sicuramente madre e bambino traggono giovamento da un sonno non disturbato ma ciò che si perde è soprattutto la capacità di comprendere il comportamento del bambino e con essa il piacere di crescere e progredire insieme attraverso l’impegno e lo sforzo condiviso.

L’altra faccia dell’anoressia

IL NOSTRO SITO E’ IN COSTRUZIONE, per cominciare riportiamo un articolo tratto da internet che ci pare significativo:
Bevono per sentirsi sazie o per vomitare ciò che hanno mangiato. Il consumo di alcol al posto del cibo coinvolge il 10-20% delle anoressiche o delle bulimiche. Ai genitori il compito di interpretare i primi sintomi della malattia.
Non mangiano ma bevono per vomitare o per sentirsi sazie. Il volto nuovo dell’anoressia si chiama drunkoressia: ragazze che restano digiune per giornate intere aspettando l’ora dell’aperitivo per bere. In realtà il fenomeno è noto da anni agli specialisti del settore, ma se ne sta iniziando a parlare soltanto adesso.
“Che le ragazze anoressiche o bulimiche possano usare e abusare di alcol non è una novità. Il consumo di alcol coinvolge il 10-20 % delle donne che soffrono di disturbi dell’alimentazione come, appunto, anoressia e bulimia. Nella maggior parte dei casi bevono per sentirsi sazie, usando un drink come un diversivo al cibo, in altri casi invece lo fanno per vomitare”. Chi soffre di questo disturbo sa quante calorie contiene un bicchiere di vino o un cocktail, ma non si pone il problema perché i benefici sono molti: si sentono più sazie e anche più disinibite.

Identikit di un’anoressica

Le malate di anoressia o di bulimia nervosa hanno in genere 22-23 anni. “Anche se va detto che sebbene il disturbo compaia generalmente e più frequentemente poco dopo i vent’anni, oggi è abbastanza trasversale. Non sono più soltanto le giovani a soffrirne – continua il professor Ostuzzi – ma anche le donne più mature, sopra i quaranta anni per intenderci”. Tutte sono ossessionate dal mito di un fisico perfetto, vogliono sentirsi belle e, per farlo, sono disposte a non mangiare.
Insomma nella maggior parte dei casi l’anoressia compare intorno ai 12-13 anni e, quando ormai sono fallite le cure, viene diagnosticata. In media circa 10 anni dopo la comparsa della malattia. Queste sono ragazze modello, vanno bene a scuola, sono intelligenti ma hanno dei comportamenti ossessivi-compulsivi nei confronti del cibo. Insieme alle più giovani ci sono anche le quarantenni-cinquantenni che smettono di mangiare per sentirsi più giovani.

La mania di controllo e le cure

Queste ragazze malate di anoressia o di bulimia sono coscienti dei rischi a cui vanno incontro. Ma bisogna considerare che per loro l’unica cosa davvero importante è mantenere il controllo della propria forma fisica e per questo sono disposte a tutto. “Il problema – continua Ostuzzi, specialista che da anni si occupa di disturbi alimentari – è che, in alcuni casi, preferiscono la morte all’aumento di peso o alla perdita di controllo sul proprio corpo”.
Uno degli aspetti più evidenti dell’anoressia nervosa insieme alla carenza della consapevolezza della gravità della propria condizione è il deficit di motivazione della cura. Proprio questo rifiuto è uno dei più importanti fattori di cronicizzazione. E alla cronicizzazione seguono complicanze mediche e psichiatriche. Non è un caso che la mortalità per suicidio o per complicanze somatiche conseguenti alla malnutrizione è del 10% a dieci anni dall’esordio e del 20% a vent’anni.

Consigli per i genitori
I genitori sono quelli gli unici, che almeno all’inizio, possono fare qualcosa. Bisogna interpretare i segnali che vengono dalle figlie e capire i primi segni del disagio. “Quando le ragazze sono maniacali nella cura del corpo, quando sono eccessivamente attente alla forma fisica e seguono una dieta in maniera molto schematica e precisa – conclude Ostuzzi – questi sono i primi segnali. Quando una madre si rende conto di questo deve portare la figlia in un centro specializzato”. Soltanto in questo modo è possibile accorgersi del fenomeno in tempo e di curarlo con le terapie adatte.