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Se l’amore, come tutto, è questione di parole…

“Quando desideri con tutto il cuore che qualcuno ti ami, dentro ti si radica una follia che toglie ogni senso agli alberi, all’acqua e alla terra. E per te non esiste più nulla, eccetto quell’insistente, profondo, amaro bisogno. Ed è un sentimento comune a tutti, dalla nascita alla morte. “

Denton Welch

Diario, 8 maggio 1944, ore 23.15

Uno spazio calmo e colmo di luce : un posto per chi cerca aiuto

Quando ci si sente persi e che la vita è uno schifo o una fogna.

Quando ci  si sente insignificanti, impotenti e di non valere nulla.

Quando  si è spaventati  e la solitudine e la colpa sembrano sovrastarci.

Quando  ci si sente  abbandonati e traditi.

Quando si ha la tentazione di mollare tutto e che ogni sforzo è vano.

Ogni volta non siamo  soli.

Persino nella tempesta  della disperazione  possiamo ritrovare in fondo a noi stessi  un posto piccolo , luminoso e tranquillo , dove ci si può sentire a casa e venire  accolti e compresi.

Le parole del disagio sociale 2: l’autolesionismo

Si levano voci di allarme nei confronti del mondo adolescenziale:aumentano  le condotte di autolesionismo ( consumo di alcool, tagli sulla pelle,etc.. ) tra i giovani e altri fenomeni ( come la chirurgia estetica,etc,) che segnalano  la presenza di  un’ansia diffusa nella società.

Questi comportamenti esprimono inquietudine ed insicurezza, ma anche il prevalere di una cultura centrata sul corpo nella sua concretezza, dove le parole vengono rimosse o marginalizzate, perdono peso e spazio e vengono soffocate nel fragore dei mass-media e dell’imperativo di piacere a tutti i costi, di divertirsi e di consumare compulsivamente.

Il criterio che permette ad un genitore di comprendere quanto questo sintomi  possano essere transitori o segnalare invece una maggiore instabilità interiore  è l’aspetto quantitativo ( la durata e la frequenza) e la privatezza ( se viene nascosto o esibito con orgoglio).

Infatti le marchiature ( piercing, tatuaggi..) sul proprio corpo esprimono  un modo per differenziarsi dai genitori,  dagli altri e per appartenere ad un gruppo.

Il fenomeno dei  tagliuzzamenti esprime però una dimensione diversa e molto più angosciante, soprattutto se rimane un rito privato e isolato dal contesto : mettere un segno sul proprio corpo  provoca un sollievo temporaneo, ma non libera affatto dalla sensazione di inutilità e di vuoto che si prova, è un modo per scaricare sull’attimo presente l’angoscia, che però ritorna in un momento successivo con maggiore intensità.

Una traccia dolorosa sul proprio corpo costituisce una modalità per cacciare via una tensione vissuta come insopportabile ed allontanare per qualche momento pensieri spiacevoli, emozioni che se non ricevono accoglienza  non vengono trasformate in qualcosa che può essere pensato .

Il taglio diventa così un modo per esprimere concretamente e rendere visibile una ferita interiore ma anche  un tentativo di tagliare il ”cordone ombelicale” con la propria famiglia di origine, quando in essa non viene riconosciuta in maniera adeguata la separatezza, un’estrema prova per sentire con il corpo ciò che non si riesce a provare dentro di sé ad un livello più profondo,emotivo.

Ma i tagliuzzamenti, le ferite inferte al corpo degli adolescenti hanno anche un significato sociale , rappresentano simbolicamente le ferite che il mondo esterno infligge ai ragazzi bloccandoli  in un presente  senza speranze, costringendoli a vivere uno scacco esistenziale e  l’impossibilità di leggere ciò che li circonda e li lacera internamente.

In questo senso, i genitori si trovano  a fronteggiare comportamenti apparentemente inspiegabili, che li pongono davanti ad un sentire comune con i loro figli, dove il  mondo viene percepito come ostile e minaccioso in una “guerra di tutti contro tutti” in cui viene selezionato chi è più brutale e competitivo, come evidenziano bene Benasayag e Schmit nel loro libro  “L’epoca delle passioni tristi”.

L’illustrazione è di Ludovic Debeurme, autore di “Lucille” , Coconino Press-Prossimamente parleremo più ampiamente di fumetti che affrontano il mondo dei ragazzi nella società contemporanea.

Come uscire dalla crisi di coppia

L’amore è una faccenda complicata. Stare in coppia , convivere insieme e mantenere stabilmente un’ unione nel tempo  può essere un impegno faticoso che richiede lavoro su stessi, disponibilità a confrontarsi e a rivedere i propri punti di vista, mettendosi nei panni dell’altro.

Un’unione che coinvolge due piani  profondamente intrecciati tra loro : la sessualità e l’affettività .

A volte compare una malattia, una difficoltà lavorativa , un cambiamento non desiderato, la scoperta di un tradimento, un problema sessuale.

Ciascun partner cerca nell’altro un’approvazione, una conferma, ma ora non ci si  sente capiti, ci si colpevolizza a vicenda e si perde la fiducia reciproca.

Il partner sembra diventare a questo punto  un peso , una zavorra, un ostacolo che impedisce di crescere.

La sensazione è che qualcosa si è rotto , dentro si vive  una lacerazione e fuori un conflitto che non si riesce a gestire.

Non si comprendono più le ragioni per cui si sta insieme , si perdono di vista gli obiettivi , ci si sorprende di  non riconoscere più l’altro  , il partner appare distante , lontano . In questi casi una terapia specifica sulla coppia rappresenta per molte relazioni l’ultima possibilità  oppure  un’ opportunità che ci si dà per cercare di recuperare qualcosa che si sente perduto .

In molte occasioni si tratta di riprendere in mano una situazione che sembra fuori controllo trovando un’ancora di salvataggio nella  condivisione anche quando il portare fuori nella coppia istanze spiacevoli o dolorose può far soffrire.

È importante in questo momento la presenza di un terzo ,il terapeuta, che svolge semplicemente la funzione del testimone consapevole , del mediatore coinvolto nelle dinamiche della coppia, ma allo stesso tempo presente e attento per garantire la tenuta e il contenimento delle emozioni che emergono.

Sottolineo spesso che la terapia di coppia non è un test che verifica il sentimento   che un partner prova per l’altro, ma un mezzo attraverso cui i partner cercano di cogliere il loro specifico modo di stare insieme all’altro  che è unico e diverso da quello di tutte le altre coppie. Lo scopo dell’aiuto è fare in modo che ognuno possa riconoscere  la propria parte nel generare quell’equilibrio disfunzionale in cui ogni partner è rimasto incastrato. Si cerca cosi di costruire un nuovo equilibrio che consenta ad entrambi i membri della coppia di poter evolvere e crescere  come persone .

Si sente che l’equilibrio di coppia che nel passato aveva retto sta vacillando e rischia di crollare ferendo “mortalmente” tutti.

Spesso questa considerazione viene formulata come una lamentela , un rimprovero nei confronti dell’altro che  si giudica “immaturo, infantile , egoistaoppure  non “ come  mi aspetto e  vorrei che sia”.

L’altro non capisce, non cambia: volano accuse reciproche , a volte saltano fuori rancori latenti, sentimenti repressi.

Nella maggior parte delle situazioni il cambiamento è desiderato , ma anche temuto dai partner, perchè  ciò significherebbe modificare abitudini apprese e mantenute nel tempo  e riconoscere “ciò che c’è di mio” in questa crisi , la propria parte nel determinare questa crisi e quindi mettersi in discussione per  vedere che in fondo il problema non è l’altro , ma  quello che si sta vivendo insieme.

 

Ciò che succederà non è dato a sapere all’inizio : alcune coppie scelgono di andare avanti  insieme, altre scelgono di separarsi, scelgono, per l’appunto, cioè sono consapevoli di quando sta accadendo e non  sentono più di subire una situazione dolorosa a cui non c’è rimedio e via di uscita , ma la soluzione appare possibile , condivisa , meno conflittuale, meno ingestibile di prima.

Il legame tra cibo e affetti

Il rapporto con l’alimentazione ci accompagna fin dal periodo prenatale con lo scambio delle sostanze nutritive presenti nella placenta e poi con  l’allattamento. Attraverso giochi interattivi , esempi  tratti dalla storia dell’arte o dalla letteratura  e confronti sui  ricordi personali si è approfondito il legame profondo tra cibo e affetti nel laboratorio di Psicologia su”Nutrire l’anima, nutrire i sentimenti, energia per la vita “ , mostrando come le esperienze del passato dello “stare insieme “ a tavola influenzano il modo di rapportarsi  al cibo e all’attività del mangiare nel presente..

Il diverso rapporto con il cibo si esprime nell’alternativa tra consumare voracemente in fretta ed  apprezzare le sensazioni che si provano nell’atto del mangiare in maniera rilassata prestando attenzione alla qualità del cibo.

Se si intende l’alimentazione  in senso esteso, allora dovremmo comprendere con ciò tutta l’energia che assorbiamo per poter vivere e crescere: l’acqua, l’aria ma anche  le sensazioni e le emozioni che ci vengono trasmesse fin dall’alba della vita grazie alle  persone che ci si prendono cura di noi, emozioni che, dopo averle apprese, diventiamo in grado di esprimere, comunicare e scambiare con gli altri.

Purtroppo, come sappiamo, vivere da bambini in ambienti di deprivazione relazionale , affettiva e di disagio mentale trasforma il nutrimento in  elemento tossico che  ammala  le relazioni tra le persone , alimentando  sentimenti quali l’avidità, l’arroganza , la superbia, il disprezzo.

All’interno di una famiglia si possono nutrire affetti che rafforzano il legame tra la coppia dei genitori e i figli e tengono vive le connessioni tra famiglia e mondo esterno oppure coltivare sentimenti che alimentano dipendenza e comportamenti antisociali.

La scelta diventa tra  generare amore oppure, all’opposto, suscitare odio, infondere speranza o seminare disperazione,contenere la sofferenza depressiva o diffondere ansia persecutoria,creare confusione o pensare ( Meltzer e Harris ) e aggiungeremmo tra separare il corpo e la mente oppure  sentire e provare le emozioni nel corpo.

É quindi compito degli adulti garantire le  condizioni affinché si crei un clima di sostenibilità e di convivialità per le generazioni future .

La sofferenza dipende dai nostri pregiudizi e illusioni

Qui di seguito riportiamo la traduzione di alcuni stralci dell’ultimo articolo pubblicato su “Charlie Hebdo “ della psicoanalista Elsa Cayat, l’unica donna della redazione rimasta  uccisa durante l’attentato del 7 gennaio 2015 a Parigi.

“Vorrei parlare della difficoltà che l’essere umano incontra ad aprirsi alle questioni che pone l’altro per la sua differenza , a fare un posto a questa differenza e , a partire da questo , a riconoscere che non ne ha fatta nessuna alla sua: né allo  scarto tra quello che vuole e quello che fa, né tra i suoi desideri e i suoi fallimenti, (…)

Si preferisce negare i motivi che si nascondono dietro l’emotivo, censurare l’emozione , credere di essere sorpreso in flagrante delitto di mancanza di controllo. Ora questo atteggiamento ha una ragione : la paura . La paura che  ha l’individuo di ritornare sulle vie del suo passato , di rivisitare i suoi amori infantili nella loro realtà, di vedere veramente dove egli era  dentro le sue emozioni antiche che, in certi momenti, risorgono alle sue spalle. In genere si preferisce la nostalgia , che è , in greco, etimologicamente, la sofferenza del ritorno e che tradurrei per la scelta della sofferenza in quanto viene considerata a torto come una prova  d’amore.

Questa scelta costringe l’essere molto lontano da se stesso, lo conduce a tentare senza risultato  di trovare un rifugio dentro ciò che lo sguardo dell’altro dice di lui , e dunque a non essere più se stesso.

La stessa modalità di ricerca in amore non può alla lunga , che deprezzarsi nell’insoddisfazione, la sofferenza e l’ansia. (…)

Diritto e psicoanalisi si congiungono su un punto in comune , perché ciò che è al principio del diritto, libertà ,eguaglianza , fratellanza, è lo scopo della psicoanalisi.

Il diritto, da un punto di vista collettivo, la psicoanalisi, da un punto di vista individuale, sono per svolgere la funzione di limitare l’abuso negli esseri umani ponendo dei limiti, delle regole.

Perché se la psicoanalisi ha scoperto qualcosa di fondamentale , è sapere che la sofferenza  umana deriva dall’abuso, e che questo abuso, a sua volta , deriva dal credere ciecamente  in qualcosa e dall’aderire ad una sola verità convinti di essere nel giusto.

Abusare dell’altro non è che un segno di onnipotenza perversa, abusare è un segno di alienazione ed  essere abusato dall’altro lo è egualmente .

Ora , per uscire da questi rapporti di dominazione e riscoprire un  rapporto positivo  con l’altro , aperto, non fondato sulla negazione di sé e dunque dell’altro , non c’è altra via di disfarsi di tutte le illusioni su cui sono fondati i nostri pregiudizi .   “

Buchi neri e apocalissi: come il cinema aiuta a capire cosa ci succede oggi.

Scenari apocalittici, salti cronologici, slittamenti spazio-temporali, buchi neri, vuoti narrativi : gli elementi che costituiscono la trama dei film degli ultimi anni ci racconta un individuo decentrato, frammentato oppure paranoico ed eternamente in guerra .

Spesso il cinema come l’arte, la letteratura ( soprattutto quella di genere ) anticipa gli  scenari futuri attraverso la rappresentazione di mondi possibili , di storie di vita. Mai come in anni recenti gli spettatori hanno assistito a visioni di una realtà ipertecnologizzata dove le  coscienze si allargano e si estendono, mentre le percezioni diventano instabili e precarie. I protagonisti di queste narrazioni non sentono più il loro senso di realtà o identità veramente minacciato,  come si verificava nel cinema di alcuni decenni fa, perché l’immaginario si è fatto invasivo e pervasivo e interfersice nei meccanismi in cui si forma il senso di appartenenza di sé mescolando i confini tra dentro e fuori , tra immagine e realtà, tra verità e finzione.

Emblema di questo continua riorganizzazione delle coordinate che mediano la percezione del tempo e dello spazio è la diffusione e il successo dei telefilm, che possono dilatare la trama per  sovrapporla alla percezione del tempo reale, procedendo per anni nel seguire le vicissitudini di personaggi che crescono,invecchiano, muoiono e vengono sostituiti da altri personaggi . Uno di questi esempi  è costituito dal Dottor Who , un serial che dura da circa 30 anni che racconta le avventure di un Signore del tempo che si sposta in continuazione da una fase storica all’altra attraverso una macchina, spostamenti e coesistenze di dimensioni temporali diverse  lo spingono progressivamente  a eventi in cui perde la ragione e la  sua stabilità mentale va in crisi.

Nel corso degli ultimi 15 anni nella stanza di terapia sono sempre più frequenti le persone  che si lamentano della fatica di adattarsi a tempi accelerati e frenetici e che sperimentano  forme di distacco dalla realtà, come se vivessero una disarmoniasempre più forte tra mondo immaginario e  percezione di sé .

Le realtà virtuali  e digitali hanno intercettato il bisogno degli esseri umani di superare i limiti e  i confini in particolare quelli corporei .

Così il cinema contemporaneo nelle sue diverse derivazioni immerge lo spettatore  dentro esperienze sensoriali  più fusionali  ( vedere il 3 d ) ed emotive dove si punta a stimolare brividi, suspense e trepidazione ( la rinascita del genere horror e di quello catastrofista).

La fuga nel virtuale rappresenta una delle possibili risposte ad un futuro incerto ,mentre  un’altra soluzione che  personaggi di fiction e individui reali mettono in atto è quella di rifiutare l’elaborazione del lutto , la perdita  o la gestione dell’incertezza rifugiandosi in comunità chiuse, tribù separate dal resto del mondo  o  sviluppando forme paranoiche di pensiero dove gli altri assumono forme minacciose e persecutorie e i sentimenti di odio cancellano ogni possibilità di convivenza umana (i due film proto tipici sono stati, molti anni fa, da una parte Existenz e dall’altra Fight Club).

Se il cinema operasse una diagnosi e una prognosi del futuro prossimo, da un punto di vista psichico, cosa ci sta segnalando?

Forse  il rischio di una svalorizzazione dei filtri percettivi, sensoriali e mentali che mediano gli scambi tra il mondo interiore e quello esteriore , quelli che ci aituano a porre dei limiti,a differenziare tra realtà e fantasia  ?

Si finirà per sovrainvestire sempre di più la nostra sfera mentale amplificando i viaggi di fantasia a discapito del mondo reale e della nostra consapevolezza o capacità  di influire sul reale ?

O forse il pericolo di un adeguamento massiccio a tempi di fruizione dei media sempre più accelerati ed espansi , dove non si ha più il tempo per metabolizzare e digerire il contenuto di quello che si assorbe ?

Probabilmente si tratta di una perdita graduale della capacità di distinguere i supporti che veicolano i media  e l’esperienza che ne facciamo ( cioè non accorgersi della differenza tra un contenuto- un film ad esempio-  assorbito tramite un supporto mediale e un altro – ad esempio la differenza tra un film vissuto davanti alla tv  da soli e uno visto al cinema oppure in una multisala… ).

Interessanti esempi   sono stati recentemente  film come  Lei” di Spike Jonze  e il serial tv Homeland.

Forse ci possiamo spostare da questi ultimi modelli per esplorare altre dimensioni , magari più semplicemente intimiste , come  film diversamente interessanti dell’ultimo anno ci invitano a fare , e farci accompagnare a notare con maggiore curiosità i dettagli presenti nella quotidianità e le  emozioni nascoste tra le pieghe dell’esistenza  recuperando le capacità di provare emozioni consapevoli  di vivere in un mondo fragile eppure senza paura del futuro: in “Grand Budapest Hotel” dove il personaggio principale, un portiere d’albergo cerca semplicemente di essere, come ricorda l’amico fattorino , “ un essere umano “, cosa non facile in tempo di guerra  , o in “ Storytelling” che narra la storia di una famiglia con tutte le sue debolezze, conflitti, segreti  restituendoci la consapevolezza di un universo temporale che scorre incurante dei fallimenti, dei sogni e dei destini individuali.

E’ possibile condividere la gioia ?

 Se mi lascio andare alla felicità e tutto finisce ? Gli altri non capiscono e il sogno svanisce ?

Un luogo comune sostiene che la terapia sia uno spazio solo per la sofferenza e il dolore, come se le emozioni positive fossero sbagliate. Così ad un  certo punto del percorso le persone si domandano se parlare e comunicare del loro stare bene sia uno spreco di tempo.

In realtà la stanza della terapia è un luogo dove possono  prendere forma diverse emozioni :  tutto lo spettro delle emozioni che abitano l’esistenza e la vita quotidiana, sia le emozioni piacevoli che quelle spiacevoli hanno diritto di emergere e manifestarsi.

A volte può essere il raggiungimento di una scadenza o di una tappa, la fine della scuola, un esame , il diciottesimo compleanno, una gravidanza , una  promozione,un lavoro ben svolto, oppure un’esperienza che ha cambiato il modo di vedere le cose, una guarigione,un appuntamento  sentimentale andato a buon fine, una scoperta inattesa, un viaggio .…. in ogni caso è fondamentale darsi la possibilità  e il permesso di essere felici e condividere questa emozione con  l’altro .

In alcuni casi ci si può trovare a festeggiare insieme, a partecipare ad un sentimento di gioia, a farsi attraversare reciprocamente da una corrente di benessere emotivo.

La difficoltà , la ritrosia o l’atteggiamento prudente con cui ci si rapporta con le emozioni di felicità , di gioia rivelano qualcosa di significativo rispetto alla cultura in cui viviamo.

Nonostante l’appello ai sentimenti di bontà e la pressione consumistica ad essere sempre sorridenti, si è spesso timidi a riconoscere ed esprimere il proprio essere contenti, quasi come non ce lo si meritasse.

Si è  vergognosi a condividere la gioia come se si rischiasse nel farlo di perdere qualcosa.

Dietro questa riluttanza alla condivisione sembra  agire il pensiero dominante che i successi e progressi nella vita dipendano solo da se stessi.

La diffidenza verso la felicità  si trova spesso collegata  a questi vissuti:

  •  L’idea che questi sentimenti non possano essere compresi e condivisi dall’altro.
  • La preoccupazione di essere giudicati, di colpevolizzarci e di generare invidia o gelosia nell’altro .
  • La convinzione che la felicità possa essere raggiunta solo individualmente . 
  • La sfiducia nelle proprie risorse emotive e nella propria capacità di provare sentimenti. 
  • Il timore che questi sentimenti possano essere così intensi  da non riuscire a gestire e di farsi travolgere da essi. 
  • La difficoltà di lasciarsi andare  (e il sospetto che tali sentimenti non siano autentici e che non ci appartengano, ma siano effetto della  fortuna e del caso  ). 
  • La paura che la beatitudine possa rivelarsi provvisoria e fuggevole e attiri “ i fulmini della distruzione “ così ad un momento di gioia segua rapidamente una caduta nell’infelicità e nella tristezza.

La cultura più profonda in cui siamo immersi ci suggerisce che la felicità sia sempre fuori dal tempo vissuto, nel futuro  in un immaginario al di là, nell’utopia di un mondo possibile   oppure nel passato di una sognante “ età dell’oro” precedente, costringendoci ad essere perennemente insoddisfatti ed così ci sfugge la possibilità  di saperla vivere oltre modelli di felicità e ideali di perfezione, sapendo  godere e apprezzare il momento presente , l’attimo in cui siamo.

Come recita l’Ecclesiaste per ogni cosa c’è il suo tempo “ ogni faccenda sotto il cielo “: c’è un momento per il pianto  e  c’è e ci sarà un momento per la gioia, “ c’è un momento per gemere e c’è un momento per ballare”.

Il momento in cui siamo felici lo possiamo celebrare , l’attimo onorarlo e rendendo partecipi gli altri della nostra esultanza, come ci insegna la tradizione Buddhista, apriamo il cuore al mondo .

Come agisce l’EMDR? Dialogare con il corpo per vie profonde.

L’EMDR è un metodo di terapia energetica  che permette di attivare le capacità  naturali e spontanee delle persone di elaborare i ricordi del passato.  In questo modo durante una fase del percorso terapeutico  si possono affrontare  i traumi antichi  in maniera più selettiva e focalizzata.

Questa tecnica è stata introdotta nel campo della psicologia nel 1987 da Francine Shapiro : emdr sta per Eye Movement Desensitation and Reprocessing, all’inizio Shapiro e i suoi colleghi utilizzavano solo la parola “desensibilizzazione “ in riferimento al sollievo dei sintomi , successivamente si è aggiunta la parola “ Rielaborazione “ per mettere l’accento sul momento ricostruttivo del processo di cura. Francine Shapiro notava infatti  che il metodo da lei utilizzato agiva anche su una rivalutazione del trauma e della visione di sé.  E’ interessante , da un punto di vista storico, come  le sue scoperte si basarono inizialmente sul lavoro condotto con i reduci della guerra del Vietnam,  come cento anni prima Freud consolidava le sue teorie osservando i sintomi traumatici  dei  soldati sopravvissuti alle trincee della  prima guerra mondiale.

Questo metodo risulta essere particolarmente indicato per i disturbi post-traumatici da stress, causato da un evento stressante acuto ( un incidente, lutto , una violenza subita)  ma può anche essere di aiuto per affrontare il trauma cumulativo , cioè il trauma che si produce per accumulo,  a causa della  ripetizione di piccoli eventi stressanti costanti nel tempo e che può generare fobie, depressione, difficoltà di relazione  o ansia  generalizzata .

La tecnica si basa sull’attivazione dei due emisferi cerebrali attraverso la stimolazione bilaterale (  che si può ottenere anche tramite il “tapping “, cioè il tamburellamento con le dita o altre tecniche  ) e l’esposizione alle immagini traumatiche rievocate tramite visualizzazione   che agisce  a livello cerebrale  riaprendo reti di catene associative tra neuroni in cui vengono “fissati” e immagazzinati   ricordi legati ad esperienze negative del passato.

 Le esperienze negative del passato vengono registrate dalla nostra memoria corporea in reti di associazioni “chiuse” come se fossero poste sotto sequestro , il terapeuta sostiene prima un lavoro di desensibilizzazione che comporta una  “liberazione “ di questi ricordi e successivamente un lavoro di elaborazione  verbale di  focalizzazione sulle sensazioni ed emozioni del  corpo che determina una riorganizzazione e riarticolazione  dei collegamenti associativi e cerebrali.

Quest’ultimo punto è importante perché permette al paziente  di lavorare  sia sul piano verbale che su quello corporeo. Il trauma è infatti inscritto sul corpo e nel corpo,lascia  un segno a livello psicosomatico e  il ricordo dell’esperienza traumatica contiene  tanti elementi : l’immagine , le credenze su se stessi e  tutte le stimolazioni sensoriali ( uditive, cinestetiche etc..). La terapia integrata con l’EMDR interviene su tutti questi aspetti.

La flessibilità  della tecnica EMDR le consente di essere integrata in diversi approcci, per quanto riguarda la prospettiva psicoanalitica si tratta di recuperare  aspetti del suo modello iniziale che sono stati gradualmente messi in secondo piano : il ruolo dei ricordi traumatici nell’agire la rimozione, la deviazione e lo spostamento  di cariche affettive originarie   , la spiegazione del disturbo psichico  come risultato di blocchi energetici  che ostacolano  la liberazione dell’affetto , il discorso che riguarda il trauma e i suoi effetti nell’agire la dissociazione e lo scollegamento tra  mente e corpo.

L’EMDR sostiene quindi la capacità del paziente di associare liberamente  che è stata inceppata , inibita nel corso del tempo mostrando  come tale abilità sia forse in molti casi un fine da raggiungere che un mezzo della terapia.

Le persone che vengono in terapia e che utilizzano l’EMDR  sentono di avere a disposizione un metodo potente ed efficace per lavorare e dialogare  con la  mente e il corpo e  al termine del processo parlano dei ricordi traumatici come qualcosa che non è scomparso,  ma  che, allo stesso tempo, appare lontano,  ne possono parlare con toni più distaccati e rilassati, come  di un ricordo di un evento passato ( come esorta Shapiro nel titolo del suo ultimo libro “ Getting past your past”) che  non ha più potere  e quindi  non  si sentono più spinti a ripetere quei  comportamenti disfunzionali che  alimentano la sofferenza nel presente. Questa trasformazione  fornisce alla persona interessata non solo una diminuzione o una scomparsa dei sintomi, ma soprattutto  una nuova fiducia in se stessa.

Mark Strand: la poesia come meditazione

Keeping Things Whole

In a field

I am the absence

of field.

 This is 

always the case.

Wherever I am 

I am what is missing.

When I walk 

I part the air

and always 

the air moves in

to fill the spaces

where my body’s been.

We all have reasons

for moving.

I move 

to keep things whole.

Tenere insieme le cose

In un campo /io sono l’assenza/  del campo. //  E’/  sempre così. /Ovunque io sia/ io sono ciò che manca. //Quando cammino/ divido l’aria /e sempre /l’aria rifluisce /a riempire gli spazi/ in cui era stato il mio corpo.//  Abbiamo tutti i motivi /per muoverci./ Io mi muovo per tenere insieme tutte le cose.

Quando Tich Nath Hanh parla di come noi esseri umani siamo vuoti, forme vuote di qualcosa, quel qualcosa da cui siamo separati è quel tutto descritto da Mark Strand in una delle sue poesie più famose, tratta dalla prima raccolta poetica “ Sleeping with one eye open “ del 1964. Mark Strand , uno dei maggiori poeti contemporanei è scomparso ieri all’età di 80 anni.

I suoi versi sono la migliore introduzione possibile alla pratica della meditazione, una presenza fatta di assenza, dove il respiro che assorbiamo ci attraversa ed esce è l’aria che ci abita , in cui non esiste un fuori e un dentro , ma solo un’interdipendenza di tutte le cose legate l’una all’altra e l’io e’ un’illusione che si puo’ sgonfiare quando diventiamo più consapevoli delle strutture e delle forme che modellano il nostro agire.

When Tich Nath Hanh talks how human being are empty, empty shape of something , these things from which we are separated is the whole described by Mark Strand in one of his most famous poems. Mark Strand is passed away yesterday at the age of 80. His verses are a wonderful introduction to mindfulness, a presence made of absence , where the breath is the wind that dwells us, where doesn’t exist an outside and one inside but only an interdependence of everything connected one another and the ego is an illusion.